Una paura senza fine Fuga e torture provocano diffidenza, parlarne provoca dolore fisico.
- comunicazione283
- 23 ott 2017
- Tempo di lettura: 2 min
Non è sempre facile alleggerire un migrante di una storia il più delle volte drammatica. Un extracomunitario si pone più o meno le stesse domande che gira con garbo a chi vuole conoscere meglio le ragioni che lo hanno spinto in una terra lontana da casa. Non è diffidenza, ma prudenza. Dopo quello che uno, dieci, cento hanno passato, tornare a fidarsi subito, ciecamente, non è semplice.
Magari serve parlarne. Alleggerirsi, far conoscere una storia simile, ma diversa a tante altre. Simile, cominciata da una fuga. Dalla miseria, dalla guerra, dalle persecuzioni. Diversa, scandita da episodi drammatici. Da un grilletto puntato, colpi di fucile, la prigionia, le torture, il ricatto.
Ma la storia, lo convinciamo, la racconta lo stesso. Per scelta non dà enfasi, vorrebbe scordarsene il più presto possibile. Qualche passo indietro, forse, non aiuta a liberarsi da un peso; è come se puntasse un dito su una piaga quasi impossibile da rimarginare. Le cose che ci racconta, gli diciamo, vanno invece scritte, segnalate lo stesso. Aiutano anche gli altri a conoscersi meglio. Servono ad accorciare le distanze con i residenti, per esempio, talvolta sospettosi senza una precisa ragione.
La parola integrazione passa anche da una storia, una delle tante, che hanno lo scopo di accorciare le distanze. Anche mentali, se ci fossero ancora riserve nei confronti di chi chiede asilo, fugge da guerra e prigionia, vuole assaporare limmenso piacere di unaltra parola-chiave che accompagna questa gente in cerca di un futuro finalmente sereno: libertà.
Non unaltra, questa storia
Dunque, una chiacchierata, una delle tante. Seduti a un tavolo, con uno, due mediatori a spiegare che parlarne fa bene. A qualcuno verrebbe in mente di dire: Qui, invece, scatta un fattore diverso. Linsistenza. Una storia che non vuole essere raccontata, insegnano anziani cronisti, è una storia che invece va marcata stretta, presidiata, raccontata. Bisogna entrare in ogni piega, sono quelle alla fine che insegnano tanto.
Giovane, una ventina di anni, arriva dal Senegal. ricorda tenendo il capo basso, quasi voglia sfuggire a espressioni di stupore quando attacca con i dettagli
Il dramma con cui convive in quei giorni, quelle settimane. dice
Un viaggio infinito e un sogno
Un viaggio durato tanto. racconta
Una vita non facile fin da bambino.Riabbraccerà moglie e figlio quando avrà trovato un lavoro. Per ora ha un sogno. conclude








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