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Un decreto presidenziale annulla l’appendice a “…l’Italia chiamò”

  • Claudio Frascella
  • 24 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Inno di Mameli, addio al “Sì!”


Sergio Mattarella su indicazione del presidente del Governo, Giorgia Meloni, ristabilisce la versione originale scritta dal poeta-patriota. Non l’hanno presa bene le forze dell’ordine, che nell’urlo finale ci mettevano cuore e passione. Sorvoliamo, c’è dell’altro a cui pensare. Prima della politica, ci avevano pensato i calciatori della Nazionale. Prima di capitan Fabio Cannavaro, Francesco De Gregori…



Non se ne fosse accorto il Fatto Quotidiano, attento a quello che fa la Destra e non deve sapere quello che fa la Sinistra, di questo argomento non ne avrebbe scritto o parlato nessuno, se non pochi intimi. “Il Colle taglia l’urlo all’inno di Mameli”. E’ il titolo sull’edizione di ieri del Fatto Quotidiano.

In particolare il riferimento è rivolto a un decreto del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che avrebbe eliminato il “Sì!” alla fine dell’Inno di Mameli, dopo la frase, impegnativa al massimo, “l’Italia chiamò”. Lo stesso decreto, su suggerimento del Governo, sottolinea sempre il Fatto, ma stavolta sul web, è stato firmato “dal presidente della Repubblica il 14 marzo 2025, adottato su proposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio 2025”.



QUEL “SI’!” TROPPO IMPEGNATIVO?

Questa versione, con un “Sì!” così impegnativo in meno, si diceva, è più aderente alla realtà. Nel senso che l’autore del testo, Goffredo Mameli, morto a poco più di ventuno anni, quel “sì”, piccolo o grande che fosse, con punto esclamativo o senza, non l’aveva mai riportato.

Povero inno nazionale. Per tanti anni ce l’avevano fatta passare come una invocazione alla libertà tanto cercata, a costo della vita, “con o senza benda”. Perfino i calciatori della Nazionale, che non sono dei fulmini di guerra, si erano rifiutati di cantarlo un po’ di anni fa, a cominciare dal suo capitano, Fabio Cannavaro. Nemmeno fosse Luzzatto Fegiz o Gino Castaldo, aveva criticato il testo, fuori moda, a tratti grottesco. Come se “God save the queen”, “Dio salvi la regina”, per decreto reale diventasse “Dio salvi il re”, con tanti saluti alla metrica.

Da oggi in poi, anzi dallo scorso 15 marzo, l’Inno sul più bello, sull’urlo fatto di passione, coraggio e tanto altro ancora, lascerà spazio alla musica. Come a dire, “a libitum”, cioè a piacere, a volontà. Cambia un mondo, con la benedizione dei due presidenti, Repubblica e Consiglio.


Goffredo Mameli, autore dell'Inno nazionale italiano
Goffredo Mameli, autore dell'Inno nazionale italiano

IN TEMPI PIU’ RECENTI…

Del resto, quando si mette mano ai testi, non sempre è buona cosa. Ne sa qualcosa Gianni Morandi, che in un suo album avrebbe voluto incidere “Buonanotte fiorellino”, che Francesco De Gregori, suo autore, bloccò. Intanto perché allora il cantautore più amato degli Anni Settanta, si considerava un intellettuale, mentre Morandi era un’espressione pop. Poi perché, e qui Morandi sbagliò, si era concesso una licenza senza interpellare il suo autore, attaccando nella sua versione con “Buonanotte, buonanotte amore mio…” e non con – da versione originale – “Buonanotte, buonanotte fiorellino…”. Senza andare tanto lontano, “La mia storia fra le dita” di Gianluca Grignani, acquistata da Laura Pausini, operazione plausibile, se questi – i brani – sono in vendita (Michael Jackson “scippò” i diritti sui Beatles a Paul Mc Cartney per circa cinquanta milioni di dollari, altra storia).Grignani ha avvisato la Pausini che se lei avesse cambiato anche una sola virgola – nel pieno diritto della cantante – lui avrebbe impugnato la pubblicazione, dando mandato ai suoi legali. E la Pausini? “Non te la pubblico”, più o meno, “con tanti saluti ai diritti d’autore, posto che io vendo milioni di copie!”.

 


MATTARELLA BATTE CIAMPI!

Ma torniamo a cose più serie, alla notizia del giorno. Il decreto presidenziale farebbe riferimento al “testo primigenio” di Goffredo Mameli. Nel manoscritto autografo del 1847, conservato al Museo del Risorgimento di Torino, Mameli non inserì il «Sì!», riportato,invece, nello spartito musicale originale di Michele Novaro. Un’aggiunta giustificata dal compositore e patriota italiano con l’intento di concludere con «Un grido supremo, il quale è un giuramento e un grido di guerra».

Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, il divieto scaturito dal Quirinale avrebbe irritato, e non di poco, gli ambienti delle forze armate. Una scelta diametralmente opposta a quella effettuata durante la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi.

Adesso, indica il giornale diretto da Marco Travaglio, sul sito del Quirinale è possibile trovare l’esecuzione del 1971 cantata dal tenore Mario Del Monaco. Cosa è riportato sul sito? Bene, ai versi «Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò», segue la sola musica senza quel «Sì!» di cui sopra. Un “Sì!” gridato, sentito anche nelle celebrazioni e negli eventisportivi nel quale si suona e canta l’inno. La canzone firmata Mameli-Novaro, è bene ricordare, è diventata inno ufficiale dell’Italia solo dal 2017. Dal 1946 era provvisorio. Perché vi chiederete? Perché nel nostro Paese, lo scriveva il giornalista-scrittore Giuseppe Prezzolini, “Non c’è nulla di più duraturo del provvisorio”.

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