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<strong>«Taranto, quanti incroci…»</strong>

  • comunicazione283
  • 31 gen 2025
  • Tempo di lettura: 3 min


Mercoledì scorso il bassista dei Pooh ha presentato al teatro Orfeo il suo ultimo libro. “Centoparole”, il titolo che in breve ha scalato le classifiche diventando uno dei più letti del momento. «Adoro la gente di qui, il sorriso, la loro generosità: non fosse stato per l’inquinamento industriale, questa sarebbe una delle città più belle al mondo, garantito». Più di trecento pagine. «Scelte con molta attenzione, con i miei lettori condivido parole ed emozioni…»

«Se non avesse avuto una industria inquinante, Taranto oggi, a pieno titolo, sarebbe una delle città più belle al mondo». Non lo dice per piaggeria Red Canzian, bassista dei Pooh, autore di canzoni, di un musical, “Casanova”, sbarcato in Cina, e di un libro, “Centoparole” (Sperling e Kupfer), diventato a passo spedito uno dei titoli più venduti del momento.

Canzian ha presentato la sua quinta opera letteraria al teatro Orfeo, invitato dai fratelli Di Giorgio, Adriano e Luciano, e da Carmine Fucci, direttore della libreria Mondadori di Taranto. «Penso che possa dire più di qualcosa su questa città – ha ripreso l’autore – che sento anche mia; ho girato l’Italia in lungo e largo, ma qui non ricordo più nemmeno quanti concerti ho fatto: teatro Alfieri, Mazzola, Maridipart, Iacovone, Palamazzola, perfino uno spettacolo accanto alla Concattedrale».

Taranto, una città per cantare. Ma anche per restarci da turista. «Amo questo angolo d’Italia, quando io e mia moglie Bea vogliamo rilassarci, non ci pensiamo due volte: Puglia». C’è un perché. «Non voglio passare per ruffiano, ma la gente qui è solare, generosa: dicono non sia una delle regioni più ricche d’Italia, ma sicuramente è la più bella, ti regala tutto quello che ha: il sorriso, la bellezza, la bontà dei prodotti della sua terra, perché la Puglia a tavola, non lo dico io, non si batte». Ogni volta che torna, non va mai via mani vuote. «Generosa, ecco: mi caricherebbero l’auto presa a noleggio di qualsiasi cosa, ma non ho spazio: regali, ninnoli dei quali faccio collezione, ceramiche, poi olio, vino, perfino pane; a malincuore ho dovuto rinunciare a più di qualcosa, non posso portarmi tutta questa roba in aereo».

«CANZONI, DONI DEL CIELO»

Al teatro Orfeo parla del suo libro e non solo. Non vorrebbe, ma viene tirato per la giacchetta: le canzoni. «Sono doni del cielo, noi che riusciamo ad intercettarle dobbiamo ritenerci fortunati: è come se usassimo una retina per catturare farfalle, stendiamo un braccio e ne catturiamo una, quando meno te lo aspetti».

Centoparole. «In un primo momento avevo pensato perfino a duecento parole, poi ho compiuto una dolorosa sottrazione: ho fatto tutto da solo, amici mi suggerivano ogni giorno uno, due temi, io invece avevo nella mente già il percorso che non era il racconto della mia vita artistica, ma una ricognizione nelle emozioni, una riflessione alla quale ho invitato i miei amici, quanti si sono avvicinati a questo mio libro». Parte con “Abbracci”, finisce con “Zante”. «Gli abbracci trasmettono passione, affetto, calore, penso sia il modo migliore per manifestare un sentimento; Zante, invece, è stato il nostro cane per quattordici anni, finì sotto la nostra auto, io e Bea, mia moglie, lo salvammo da una iniezione letale, lo sottoponemmo a tre interventi: un intellettuale, molto noto, che ha letto il mio libro si è complimentato per l’intero lavoro; unico, amichevole appunto: lui non avrebbe chiuso  il libro raccontando di una “bestia”: da lì ho capito che non aveva mai avuto a che fare con animali domestici; gli ho spiegato, tanto per essere chiaro: Zante non era una bestia, ma uno di famiglia».

«NON FARTI MANCARE I SOGNI»

L’amore, l’affetto dei genitori, gli inizi. «Più che del successo, parlo dei miei genitori che mi hanno sempre incoraggiato: eravamo poveri, ma non mi hanno fatto mai pesare un sogno che inseguivo fin da ragazzo che si iscrisse ad un concorso canoro, vincendolo». Divertente quando spiega il suo primo look alla Beatles. «Capelli lunghi, pantaloni attillati, scarpe col tacco, che in un primo momento il ciabattino del mio paese si era rifiutato di farmi: trovammo una quadra; certo per quei tempi, parliamo della metà degli Anni 60, l’immagine era eccentrica; trovammo un primo nome: i Prototipi; Pino Massara, musicista già noto, autore di successi, non era del tutto convinto di quel nome, così cambiammo: Capsicum Red lo convinse, lui ci mise del suo: siete stati in Inghilterra, venite dal rock britannico, tu sei il leader, Red Canzian!». In effetti, cosa puoi dire ad un produttore che ti offre un contratto. «“Ocean”, il debutto, fu una sigla televisiva di un programma di Enza Sampò: papà e mamma telefonarono a mezza Treviso, fu la loro rivincita; poi arrivarono i Pooh, ma quella è una stoia un tantino più nota…»

 
 
 

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