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<strong>Chi di dazio ferisce…</strong>

  • comunicazione283
  • 5 feb
  • Tempo di lettura: 4 min


Prima che sia troppo tardi, l’economia mondiale invita le due potenze a venire a miti consigli. Potrebbe esserci una telefonata fra Trump e Xi’, come primo rimedio. Quella delle tasse più elevate sulle merci importate, potrebbe provocare un effetto a cascata anche sulla Puglia

La reazione della Cina non si è fatta attendere. Pechino compie una immediata reazione contro l’aumento dei dazi voluto da Donald Trump. Tutto questo accade nelle ultime ore, in attesa di una telefonata chiarificatrice tra i leader dei due Paesi, USA e Cina, che momentaneamente potrebbe calmare le acque e fare ragionare le due potenze economiche mondiali.

Insomma, Donald Trump e una decisione che sembrava più uno slogan politico, che un programma per porre al centro dell’universo gli Stati Uniti. Una decisione che rischia di compiere un effetto-domino. Stando alle ultime ore, un risultato che non sarebbe assoluto appannaggio di quell’America forte e risoluta voluta dal tycoon. Fra il dire e il fare, per farla breve, ci sarebbe il mare. Quello della Cina. Enorme e minaccioso.

Infatti riguardo i dazi, nota dolente di tutto il programma per rendere più solida l’economia USA, ecco arrivare le prime reazioni che metterebbero il neopresidente con le spalle al muro. Aumentare le tasse sui prodotti importati fra il 10% e il 25%? Bene, ora c’è la Cina, che risponde e rilancia ponendo più o meno le stesse condizioni “svantaggiose” in senso opposto. E, allora, vedremo quando dagli Stati Uniti le esportazioni dovranno prendere la strada della Cina, per esempio. O saranno indirizzate in Europa.

PUGLIA, OCCHIO…

Finiamo di compiere un primo giro “intercontinentale”, per poi provare a capire anche cosa potrebbe, di sponda, capitare alla nostra Puglia.

Ma andiamo per gradi: Pechino risponde ai dazi del 10% a tutte le importazioni “made in China” volute da Trump, approva una serie di misure che prendono di mira il carbone e il gas naturale liquefatto (Gnl) con aliquote del 15%, più un’ulteriore tariffa del 10% su petrolio, attrezzature agricole e alcune automobili. Come riporta l’agenzia giornalistica italiana Ansa, questo pacchetto di iniziative confermate dal Ministero delle Finanze cinese, sono state evidentemente imposte per contrastare i piani annunciati nei giorni scorsi dal presidente USA. Ed entreranno in vigore, non fra un mese, due mesi: nient’affatto, il tutto partirà, senza se e senza ma, da lunedì 10 febbraio.

Naturalmente, secondo un plausibile effetto-domino, la decisione assunta da Trump, cioè di imporre dazi del 25%, fra gli altri, a Canada e Messico, e – si diceva – del 10% contro la Cina, con l’annuncio che a breve toccherà anche all’Europa, non può che mettere in allerta gli imprenditori pugliesi. I dazi porrebbero un freno agli scambi commerciali con gli Stati Uniti, con effetto a cascata sulla nostra economia che non se la passa bene. È quanto emerge dal nuovo studio condotto dal data analyst Davide Stasi, responsabile dell’Osservatorio economico Aforisma e cultore della materia in Economia politica all’Unisalento, e riportato dal quotidiano pugliese l’Edicola nelle sue due edizioni, quella pugliese e quella nazionale.

E STASI, L’ANALISTA, SPIEGA

«I dazi – spiega l’analista – di norma sono pagati da chi importa le merci; spesso costituiscono un freno al commercio, perché alzano i prezzi e rendono alcuni prodotti meno convenienti: vengono introdotti oppure incrementati anche per tutelare il mercato interno di un Paese, ricorrendo alla giustificazione di voler contrastare frodi o traffici illeciti o per ridurre la libera concorrenza».

Un esempio. «L’Unione europea – spiega Stasi – aveva stabilito di alzare i dazi sulle importazioni di auto elettriche cinesi, con l’accusa di aver causato un danno economico ai produttori europei». Si tratta di imposte indirette sui consumi, che colpiscono così la libera circolazione dei beni da uno Stato all’altro. Vengono pagati normalmente alla dogana dall’importatore o dall’esportatore, tramite una dichiarazione doganale. Solo una volta compiuto il pagamento, la merce può circolare in un determinato mercato. Il principale effetto è quello di elevare i prezzi al fine di ridurre l’acquisto di una determinata merce all’interno del proprio Paese. È un intervento, dunque, di politica protezionistica, che punta a proteggere la produzione nazionale da fattori esterni.

«Verso gli Stati Uniti d’America – prosegue l’esperto – esportiamo prodotti più di quanti ne importiamo». Negli ultimi anni, per via dell’inflazione, sono aumentati i prezzi determinando un importante e crescente surplus commerciale per il Meridione. Questo si verifica quando un Paese esporta beni per un valore maggiore di quello che importa; viceversa, gli Stati Uniti d’America hanno un deficit commerciale o una bilancia negativa.

BILANCIA COMMERCIALE POSITIVA

Nel 2021, scrive ancora l’Edicola, riportando un’analisi dettagliata, sono stati esportati beni, dalla Puglia verso gli Stati Uniti, per un valore complessivo di 734,9 milioni di euro, a fronte di importazioni che si sono fermate a un miliardo 457,7 milioni di euro, per un saldo attivo di 277,2 milioni di euro. L’anno dopo sono stati esportati beni per un valore complessivo di 892,2 milioni di euro, a fronte di importazioni che si sono fermate a un miliardo 643,1 milioni di euro, per un saldo attivo di 249 milioni di euro. L’anno scorso sono stati esportati beni per un valore complessivo di 992,1 milioni di euro, a fronte di importazioni che si sono fermate a un miliardo 710,2 milioni di euro, per un saldo attivo di 281,9 milioni di euro. Da gennaio a settembre 2024, sono stati esportati beni per un valore complessivo di 726,4 milioni di euro, a fronte di importazioni che si sono fermate a un miliardo 553,5 milioni di euro, per un saldo attivo di 172,9 milioni di euro. Ad oggi, la bilancia commerciale per il Mezzogiorno è positiva.

 
 
 

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