top of page
LogoGruppoInsieme

Sono quei neri orgoglio dell’Italia, non solo in campo sportivo

  • Claudio Frascella
  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Voi siete noi 


Il Paese che cambia ha il volto di chi studia, lavora, vince. E di chi ogni giorno chiede solo di essere chiamato italiano. Non solo extracomunitari “per bene”. Nascono in Italia, vengono adottati, amati. Arrivano, si integrano, costruiscono. Oggi vestono anche l’azzurro, ci fanno vincere, si emozionano ascoltando l’Inno nazionale. Ma tra i banchi di scuola e nei commenti online pagano ancora il prezzo di uno sciocco pregiudizio: il colore della pelle


 

Dariya Derkach, triplista ed ex lunghista italiana, origine ucraina, campionessa europea a Birmingham 2026:«A scuola ero la straniera, poi vinsi una gara e trovai gli amici: lo sport è comunità. L'Italia è casa mia: ho i brividi per l'inno di Mameli»

Paola Egonu, campionessa della Nazionale italiana di volley, nata da genitori di nazionalità nigeriana (papà Ambrose faceva il camionista, mamma Eunice era infermiera): «Io diversa perché nera e per come ragiono; l’odio di omofobi e razzisti fa male».

Daisy Osakue, discobola della Nazionale italiana di atletica leggera, figlia di padre e madre nigeriani, denuncia: «Presa per ladra in un negozio perché ho la pelle nera».

Sara Curtis, nata in provincia di Cuneo, campionessa di nuoto, primatista mondiale, padre italiano e mamma nigeriana, si scaglia contro gli haters: «Frasi che mi fanno ribrezzo e poi un calciatore non sarebbe mai sceso dal suo piedistallo per farmi i complimenti come ha fatto Jannik Sinner»



PARLIAMONE ANCORA

Anche stavolta parliamo di loro. E non solo perché sono salite sul tetto del mondo e d’Europa indossando il colore azzurro dell’Italia. Parliamo di extracomunitari arrivati nel nostro Paese, con una valigia e un sogno. Gente che lavora, paga le tasse, cresce figli che parlano la nostra lingua con il nostro accento. E diventa parte di noi. Punto.

È un fenomeno globale, e non è più nuovo. In Francia è capitato, per esempio, di vedere 9 calciatori su 11 di colore nero e di origine straniera, rispetto al Paese transalpino. Succede da decenni: in Germania, Spagna, Inghilterra, di recente anche a Nord, in Svezia. 

E adesso è anche casa loro, sono ragazzi “per bene”, orgogliosi talvolta più degli stessi italiani, tanto che talvolta si commuovono più di noi quando salgono sul gradino più alto del podio e ascoltano il nostro Inno nazionale.



NATI QUI, ADOTTATI, PARTE DI NOI

Sono sempre più i ragazzi nati qui, o arrivati da piccoli e diventati italiani a tutti gli effetti. Qualche volta anche figli di adozioni piene d’amore. 

Oggi queste ragazze, ma anche numerosi ragazzi, atleti neri e di successo, indossano la maglia azzurra. Corrono, saltano, nuotano, palleggiano. Calcio, volley, basket, atletica, nuoto. Sara Curtis, per esempio, è solo l’ultimo nome di una lista che si allunga.

Una cosa è certa: si impegnano. Spesso più dei nostri. Perché per loro arrivare in Nazionale non è solo un traguardo: è un riscatto. A volte un’ossessione, sì. Ma nasce sempre da lì: dal voler dimostrare a tutti i costi la propria appartenenza.

Peccato che fuori dal campo le regole cambino.  Perché il colore della pelle, qui, è un documento che ti porti addosso e non puoi lasciare nello spogliatoio. A scuola, dalle elementari alle superiori, ti guardano con uno sguardo diverso. Sui social, spesso, ti bollano “diverso”. 

 



ARRIVA L’ODIO DEGLI HATERS

Arriva l’odio secco degli haters. Gente vigliacca, che si nasconde dietro una tastiera e colpisce non per quello che fai, ma per come sei nato. Chiamarti “straniero” in nell’aula di un Paese nel quale sei nato, nata, cresciuto, cresciuta, è una contraddizione che fa male. Ti isola, ti mette da parte. Lo sappiamo, è una pessima abitudine. Mancanza di sensibilità. Parole buttate lì.

Ma chi le riceve se le porta dietro tutto il giorno. E il giorno dopo. E il giorno dopo ancora. E allora, scriviamolo chiaro una volta per tutte: non devono essere loro a riscattarsi. Anzi, è proprio questo il momento in cui gli italiani devono farsi perdonare da maldicenze, chiedere scusa. E questi giovani campioni, non devono vincere una medaglia per avere un diritto abbondantemente acquisito. Non devono diventare fenomeni per valere quello che già sono. 



I NOSTRI EROI

La pelle bianca non è un merito, nemmeno una ridicola botta di fortuna: è un caso. E i veri eroi, quelli del quotidiano, non vanno in tv: vanno nei campi, fanno gli operai, i muratori, i camerieri. Vanno a scuola la mattina. Studiano. Si recano al lavoro. 

Sono i medici che ci curano di notte, gli infermieri che ci tengono la mano. E poi sono anche gli atleti che sudano per una maglia. Costruiscono con noi il Paese che li ha accolti, li ha adottati, li ha visti nascere. Ci vuole tanto ad abbracciarli, scusarsi e dire loro: «Sei uno di noi, noi siamo uno di voi!». Siete i nostri eroi quotidiani. Siete i benvenuti tutti. Siete noi: il nostro ieri, il nostro oggi, il nostro domani.

Commenti


bottom of page