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I giudici confermano lo stop, riparte l’allarme occupazione

Claudio Frascella
2 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

Ex Ilva, stop all’Area a caldo



La Corte d’Appello di Milano boccia la sospensiva di AdI e Ilva in AS: prevale il diritto alla salute. L’indotto annuncia di nuovo i licenziamenti. In queste ore, Governo al lavoro su nuovo tavolo. Entro il 28 ottobre spegnimento di altiforni e cokerie. Aigi sblocca le procedure per oltre 2.500 esuberi dopo la tregua. Sindacati e istituzioni locali chiedono Legge speciale e piano occupazionale. In campo le offerte per la vendita


 

Il futuro dell’ex Ilva resta ancorato a un principio che la magistratura milanese ha voluto ribadire con risolutezza: la protezione della salute viene prima della continuità produttiva.

La sezione specializzata della Corte d’Appello di Milano ha rigettato la richiesta di sospensione urgente avanzata dalle gestioni straordinarie di Acciaierie d'Italia e di Ilva, rendendo definitivo il provvedimento che obbliga al fermo dell'area a caldo entro la fine di ottobre. La pronuncia, attesa per la prossima settimana secondo le previsioni dei legali dei cittadini ricorrenti, è arrivata invece in anticipo e ha avuto un effetto immediato sul versante occupazionale, con la riattivazione delle procedure di licenziamento nelle aziende dell’indotto.

Per provare a disinnescare la crisi è stato fissato un nuovo confronto a Palazzo Chigi. Un tavolo che per le organizzazioni sindacali non potrà limitarsi a mettere sul piatto anni di ammortizzatori sociali e uscite già programmate.



PRESIDENTE DEL CONSIGLIO…

Sulla vicenda è intervenuta anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha rivendicato il massimo impegno dell’esecutivo su quello che ha definito il fascicolo più complesso in termini di tempo dedicato, pur ricordando che si opera dentro decisioni che non sono interamente nella disponibilità del governo.

Nel dispositivo i giudici hanno motivato così la scelta: quando si contrappongono la libertà di fare impresa e il diritto dei residenti a vivere in un ambiente salubre entro limiti di emissioni tollerabili, è il secondo a dover prevalere.

Un orientamento che conferma lo stop di altiforni e cokerie tarantine, che potrebbe tradursi già dai prossimi giorni in una fermata graduale, propedeutica al blocco totale fissato dalla Corte per la fine del mese prossimo.

 

Di Paolo Monti, CC BY-SA 4.0,
Di Paolo Monti, CC BY-SA 4.0,

RICHIESTA LA SOSPENSIVA

Le Amministrazioni straordinarie di AdI e Ilva avevano chiesto la sospensiva sostenendo che il fermo avrebbe provocato un pregiudizio grave e irreversibile sia per gli impianti sia per i livelli di occupazione.

A pagarne per primi le conseguenze sono i dipendenti delle ditte dell’indotto. L’Aigi, l’Associazione che raccoglie le imprese che gravitano attorno al siderurgico, dopo aver accolto la richiesta di sospensione avanzata dal governo sette giorni fa, ha fatto sapere di voler far ripartire gli iter dei licenziamenti collettivi.

Sul piano politico le reazioni non si sono fatte attendere. L’ex ministro del Lavoro, Andrea Orlando, oggi responsabile dell Politiche industriali del Pd, ha replicato alle parole della Meloni affermando che a sbagliare è stato chi ha creduto che la premier avrebbe speso direttamente il peso del suo ruolo nella vertenza.

 


ALTERNATIVE, PERCORRIBILI?

Sulla stessa linea il responsabile di Economia della segreteria dei dem (PD) Antonio Misiani, che ha chiesto all’esecutivo di cambiare immediatamente direzione. Più dura la posizione di Avs-Verdi di Taranto e Puglia: «Questa pronuncia certifica il fallimento di tutti gli esecutivi degli ultimi quindici anni: nessuno si azzardi a scaricare sulla magistratura colpe che la stessa non ha: ha solo svolto il suo compito».

Da Comune e Provincia di Taranto è arrivato un appello alla responsabilità collettiva di tutte le istituzioni, mentre i sindacati hanno posto come priorità assoluta l’evitare un disastro sociale. Di segno opposto la lettura del mondo ambientalista. «Hanno vinto i bambini di Taranto», ha commentato la presidente dei Genitori Tarantini, tra i promotori del ricorso. Confindustria Taranto, invece, ha sollecitato un decreto che accompagni e governi la transizione.

 

FRONTE CESSIONE. ZERO NOVITA’

Sul fronte della cessione non si registrano novità. Restano sul tavolo l’offerta del gruppo indiano Jindal, che comprende ciclo integrale e prospettiva dei forni elettrici entro il 2030, e la manifestazione d’interesse della cordata di una quindicina di produttori italiani legati a Federacciai, più orientata all’area a freddo. L’esecutivo ha aperto anche all’ipotesi di una quota pubblica, a condizione che esista un piano industriale credibile e solido.

Il caso Taranto si muove così tra due binari paralleli. Quello giudiziario, che porta al 28 ottobre come data ultima per lo spegnimento — con un solo altoforno, il 2, oggi in marcia — e quello industriale, che impone di decidere rapidamente cosa produrre, come decarbonizzare e con quali lavoratori.

 


PERCHE’ A GENOVA SI’…?

Un modello spesso citato è quello di Genova Cornigliano, dove nel 2005 la chiusura del caldo fu accompagnata da garanzie occupazionali, rilancio del freddo e impiego delle maestranze nelle bonifiche. A Taranto la partita è più vasta: non è sufficiente spegnere, serve stabilire cosa riaccendere dopo.

In audizione al Senato sul Dl 154/2026, il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro ha chiesto una legge speciale con dentro una vera “Agenda Taranto”, capace di tenere insieme salvaguardia dei posti e prospettiva di un polo siderurgico integralmente decarbonizzato, strategico per il Paese. Un’area che, a suo giudizio, ha i requisiti per diventare zona di accelerazione produttiva europea, con un ruolo rafforzato di Invitalia per attrarre investimenti. Come a dire che il futuro della città è appeso a un filo.

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