Referendum, “Sì” e “No”
- comunicazione283
- 4 giu 2025
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Fra i quesiti, cinque complessivi, quello sulla cittadinanza italiana (scheda gialla). L’obiettivo sarebbe il perfezionare una legge che risale a al 1992. Interviene su uno dei requisiti necessari per presentare la domanda di cittadinanza, dimezzando, da dieci a cinque, gli anni di residenza continuativa in Italia necessari
Domenica 8 e lunedì 9 giugno, in concomitanza con il turno di ballottaggio delle Amministrative (il primo turno si è svolto il 25 e 26 maggio), i cittadini sono chiamati a votare per i cinque referendum popolari abrogativi: quattro in tema di lavoro e uno relativo alla cittadinanza italiana (scheda gialla).
Detto che per avere validità un referendum deve superare il quorum del 50% più un voto, si parla dei quattro referendum per il lavoro, importanti, un po’ meno di quello sulla cittadinanza, così ci piace intanto iniziare dalla fine, perché questo riguarda due milioni di “italiani” non ancora regolarizzati. Dunque, il “Sì” al quinto referendum, va ricordato, sarebbe un primo significativo passo avanti per rendere migliore una legge che risale a più di trent’anni fa, e cioè al 1992, e che nel nostro Paese attualmente regola l’acquisizione della cittadinanza italiana. Nello specifico, il referendum, la quinta scheda, interviene su uno dei requisiti necessari per presentare la domanda di cittadinanza, dimezzando, da dieci a cinque, gli anni di residenza continuativa in Italia necessari. Tutti gli altri requisiti (reddito stabile, conoscenza della lingua, non aver commesso reati, aver pagato le tasse) restano invariati. Se un italiano condividesse la legge esistente, può mettere una croce sul “No”.
DUE MILIONI “ITALIANI” IN ATTESA
«Un quesito tanto semplice quanto impattante – si legge – sulla vita di oltre due milioni di persone che potrebbero accedere allo status di cittadini e cittadine dopo tanti anni di lavoro, studio e residenza ininterrotta in Italia». «Poter chiedere di essere cittadini italiani – spiega Renato Benedetto sulle colonne del Corriere della sera – dopo cinque anni di residenza nel Paese anziché dopo dieci: di questo tratta, andando a stringere, il quinto quesito, quello che si troverà sulla scheda gialla ai referendum dell’8 e 9 giugno, l’unico che non riguarda il lavoro; meglio sgomberare il campo subito, allora, dicendo di cosa non si tratta: non si parla di ius soli, né di ius scholae, di minori che diventano cittadini italiani per nascita o per aver frequentato cicli scolastici: il quesito riguarda la cittadinanza italiana richiesta per residenza e si propone di accorciarne i tempi».
In breve: se vincesse il “Sì” e il referendum raggiungesse il quorum: la richiesta potrà essere avanzata dopo cinque anni; al contrario, se a vincere dovesse essere il “No”, la richiesta, come è oggi, continuerà a poter essere avanzata solo dopo dieci anni. Cosa cambia per i minori. «Con il referendum – spiega Benedetto – non si modificano i termini per i minori stranieri (che oggi possono acquisire la cittadinanza italiana se lo richiedono al compimento dei 18 anni, purché abbia risieduto in Italia legalmente e ininterrottamente dalla nascita). Ma il dimezzamento dei tempi, in generale, per la richiesta di residenza indirettamente può riguardarli: i figli minori di chi acquista la cittadinanza italiana, se convivono con lui, la acquisiscono a loro volta». Il termine dei dieci anni è tra i più lunghi in Europa. Cinque sono gli anni che servono, ad esempio, in Francia, Germania, Portogallo, Paesi Bassi e Svezia. Dieci in Spagna.
I NODI DEL LAVORO
E veniamo agli altri referendum. Quesito numero 1 (scheda verde chiaro): legittimità sui licenziamenti. Il “SÌ” al referendum renderebbe più forte il diritto a non essere licenziati senza un valido motivo, nelle imprese con più di quindici dipendenti, ampliando i casi in cui si ha diritto a essere reintegrati sul posto di lavoro. “No” se si è di avviso contrario
Quesito numero 2 (scheda arancione). Il “SÌ” al referendum rende più forte il diritto a non essere licenziati senza un valido motivo, nelle imprese fino a quindici dipendenti, rendendo possibile un indennizzo più alto. “No” se non si è d’accordo.
Quesito numero 3 (scheda grigia): lavoro precario. Il “SÌ” al referendum mette uno stop all’abuso dei contratti a termine che, nel marzo del 2025, occupavano 2 milioni e 700 mila persone. “No” se si è di opinione contraria.
Quesito numero 4 (scheda rosso rubino): sicurezza sul lavoro. Il “SÌ” al referendum amplia la responsabilità in solido (ovvero di dovere corrispondere all’infortunato il risarcimento deciso dal giudice) dell’impresa appaltante nel caso di incidenti sul lavoro negli appalti e subappalti. “No”, nel caso non foste convinti sul quesito anzidetto.










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