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«Niente cenoni, i ragazzi devono stare in famiglia»

  • Claudio Frascella
  • 12 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Natale e Capodanno a casa!


Un imprenditore, nonostante il momento di crisi, rinuncia al guadagno purché il personale trascorra le festività con i propri cari o in viaggio. Piegata per una volta una consuetudine che chiedeva ai propri dipendenti “ulteriori sacrifici” pur di fare cassa. A Taranto qualche esempio, rimasto nell’anonimato. Altrove è cambiato qualcosa. Parla Nico Acampora, fondatore della prima pizzeria in Italia gestita da ragazzi autistici: lavoro e dignità a quarantadue ragazzi per formarne altri con la AutAcademy


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Non sono state feste vissute all’insegna del divertimento e dello spreco. Quelle di natale e Capodanno sono state festività che gli italiani hanno vissuto con discrezione. Un po’ perché certi segnali sono sintomo di civiltà, ci riferiamo agli odiosi botti, specie i “bomboni”: ma cosa proveranno quando sentono esplodere una saracinesca, una delle ultime cabine telefoniche? Ma anche segnali di una povertà che sta raggiungendo un po’ tutti.

Si è sparato poco, buona notizia. I pronto soccorso hanno svolto lavoro di routine, a Taranto ci sono state vittime, ma fortunatamente non morti (come qualche volta accaduto). Di mezzo c’è la crisi dell’ex Ilva, attualmente in trattativa per la vendita del siderurgico tarantino, ma anche una città che si impoverisce di giovani che preferiscono andare altrove, perfino all’estero: il Cnel calcola che su ogni straniero che arriva sul suolo italiano, nove giovani italiani vanno via. E non al Nord, ma all’estero, con un impoverimento miliardario (e di questo ne scriveremo la prossima settimana).


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PERSONALE A CASA!

Feste “un po’ così”. Non sono state le solite feste a furia di cene, cenette, cenoni. Sono state feste in cui, una volta tanto gli italiani hanno rispettato la tavola, senza fare acquisti smodati o prenotando ristoranti, “uno qualunque va bene”, a qualsiasi cifra pro-capite. Ma gli italiani, e ce ne sono stati, hanno avuto rispetto delle festività in sé. E’ il caso di attività aperte tutto l’anno tranne che nelle festività. Perché? Risposta semplice, quasi da vergognarsi: ma perché anche il personale ha il sacrosanto diritto di passare uno, due giorni l’anno, durante il periodo delle feste appunto, con i propri parenti. A Taranto c’è stato qualcuno che ha rinunciato a lauti guadagni, lasciano “libero” il personale. Non ha voluto farlo sapere in giro, se non all’«affezionata clientela» o a quanti avevano provato a prenotare una cena.

E allora, qualcuno disposto a parlare di una giusta filosofia, siamo andati a trovarlo altrove, anche se prima di noi c’è arrivata una collega, Rosella Redaelli, che ci ha preceduto sui tempi, non sull’intenzione, perché fare una intervista al titolare di un ristorante rimasto chiuso «a proprio danno», ci avevamo pensato prima di andare…in stampa. Brava comunque Redaelli, che non si è fatta scrupoli ed è andata ad intercettare per il corriere.it, Nico Acampora che ha dichiarato senza tanti giri di parole: «Rinunciamo a giorni importanti per la ristorazione ma è giusto così. Ricevo foto da tutta Italia con i nostri Playmobil accanto ai Re Magi». Più di così? Anzi, meglio di così…


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«CI RIFAREMO…»

«Mi spiace, chiedo scusa a quanti volevano prenotare da PizzAut per Capodanno, ma abbiamo deciso di chiudere l’attività di ristorazione». Nico Acampora, fondatore della prima pizzeria in Italia gestita da ragazzi autistici, piazza un post sui social: «Il 23 è stato l’ultimo pranzo e l’ultimo turno di lavoro per i ragazzi di PizzAut: restiamo chiusi il 24, 25 e 26, riapriremo il 27 e 28, ma poi chiuderemo ancora dal 29 al 2 gennaio». Più chiaro di così. E’ un messaggio che ha una certa eco proprio perché lanciato in «giorni importanti di lavoro: ma per noi è più importante che i nostri ragazzi trascorrano i giorni di festa con le loro famiglie». E bravo, Nico. Ci sarà tutto il 2026 per gustare «la pizza più buona della galassia conosciuta», come amano dire i ragazzi dal grembiule rosso.


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QUANTE CONDIVISIONI

«Tutte le realtà di Housing sociale che riusciremo a realizzare - spiega Nico – le chiameremo Casa Enrico. Cercare la forza di andare avanti dopo la scomparsa di Enrico non è facile. Non dormo più serenamente e ho pensato anche di mollare tutto, poi ho pensato a cosa mi avrebbe detto lo stesso Enrico, così sono ancora qui».

La forza di andare avanti, nonostante tutto, Nico Acampora la trova nei tanti messaggi ricevuti, nell’interesse che questo progetto rivoluzionario che dà lavoro e dignità a 42 ragazzi autistici e continua a formarne altri con la AutAcademy, suscita in tutto il mondo.

 

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