Donald Trump, secondo il suo “interprete” ufficiale
- Claudio Frascella
- 3 giorni fa
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«Come non detto…»
«Dice cose e il contrario delle stesse, tanto che penso di aver capito male». Invece, fare da interprete al presidente USA è diventato molto complicato. Dario Sparanero, interprete e docente universitario, dichiara quanto sia diventato tradurre il tycoon senza entrare in contraddizione. «Perfino nel giro di qualche minuto, così da provocarmi più di un problema in un lavoro così delicato…»

«Non so se mi…piego», «Io dico cose, poi lei gli dia un senso…», «Non sono un fulmine di guerra, ma ho reso l’idea, credo…». Quante volte, in una vita un po’ da cronista e un po’ da mediano, è capitato di ascoltare frasi simili. Più in alto sali, più complicato diventa farsi capire, specie se di mezzo ci sono traduzioni. Per non prenderla troppo larga, ma ci tocca comunque fare un salto indietro di tanti anni, in un cinema in bianco e nero, «Il moralista», con un superlativo Alberto Sordi, in una sala multirazziale, c’erano interpreti che provavano a dare un senso all’intervento del protagonista del film, senza cavare un ragno dal buco.
E’ quella l’idea che ci ha subito trasmesso Dario Sparanero, uno dei nostri migliori interpreti, dall’italiano all’inglese, passando per l’“americano”, che sarà pure una lingua anglofona, ma che ha sfumature diverse, specie se il personaggio da tradurre, in diretta, è il numero uno al mondo: Donald Trump.
COME FOSSE UNA DERAPAGE…
Dunque, Sparanero, in una intervista rilasciata a HuffPost, in passato diretto da Lucia Annunziata e, oggi, da Mattia Feltri, racconta la sua disavventura professionale ad Adalgisa Marrocco. Alla collega, l’interprete esprime tutte le sue perplessità nel tradurre le dichiarazioni del presidente USA. Non lo dice a chiare lettere, ci mancherebbe, ma il tyconamericano ha una straordinaria abilità nel mandare in confusione i suoi interpreti. Trump dice una cosa, si corregge nello stesso periodo e, in coda allo stesso concetto sterza, come fosse una derapage.
Insomma, secondo Dario, provare a tradurre Trump equivale a seguire un intervento un po’ scombiccherato, perché il “tradotto” non riesce a mantenere il filo del discorso, anzi, farebbe anche di peggio: in men che non si dica finirebbe in contraddizione. Così le ultime traduzioni in diretta di Donald Trump, a causa di discorsi ondivaghi, diventerebbero una sfida particolarmente insidiosa. Per l’interprete, costretto a dare forma, in tempo reale, a un linguaggio che spesso sembra sottrarsi a ogni coerenza, il lavoro si trasformerebbe in una missione che sfiora l’impossibile.
Sparanero non è uno di passaggio, è interprete freelance e docente di interpretazione all’Università degli Studi Internazionali di Roma. Fra i suoi impegni: prestare la sua voce al presidente americano in occasione di dirette televisive. Lo ha fatto anche in occasione dell’ultimo Forum economico mondiale di Davos.

«NON E’ LA PRIMA VOLTA…»
«Non era la prima volta che mi trovavo in una situazione simile – spiega Sparanero ad Adalgisa Marrocco di HuffPost – a fare da interprete a Trump: dalla cerimonia d’insediamento alla Casa Bianca, passando per appuntamenti-chiave come la Conferenza dei cento giorni o quella sui Dazi».
«Il nodo, in fondo – secondo il quotatissimo interprete – è sempre lo stesso: il presidente americano è un oratore estremamente erratico: fatica a mantenere il filo di un discorso o di un ragionamento per più di pochi minuti, talvolta per pochi secondi; per un interprete significa tentare, in tempo reale, di ricostruire un discorso che raramente segue una traiettoria riconoscibile e restituirlo in un italiano che abbia comunque coerenza e senso compiuto».

“HUFF”, OSSERVAZIONE ACUTA
Acuta l’osservazione della Marrocco che chiede in sostanza quale sia l’aspetto che rende più complesso il lavoro dell’interprete simultaneo quando parla Trump.
La risposta di Sparanero. «C’è innanzitutto un dato strutturale: l’interprete lavora sempre in leggero ritardo rispetto all’oratore; in questo scarto temporale, i passaggi da un argomento all’altro – le cosiddette transizioni – sono il momento più delicato di qualsiasi discorso; con la maggior parte dei politici, una traiettoria esiste, è intuibile: conosci le loro posizioni, sai quali argomenti hanno già affrontato, puoi prevedere dove stanno andando e appoggiarti al contesto internazionale. Con Trump tutto questo viene meno. Trump si contraddice spesso. Quando traduci un presidente e ti accorgi che ciò che sta dicendo entra in contraddizione con quanto affermato pochi minuti prima, il primo riflesso è dubitare di te stesso: pensi di aver capito male, di aver frainteso. Quando però questa dinamica si ripete, come accade con Trump, diventa evidente che il problema non sei tu: è l’oratore».








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