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Moni Ovadia, attore, autore, regista, ospite sabato scorso al Fusco di Taranto

  • Claudio Frascella
  • 26 set 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

«Migranti, una risorsa»


«Italiani eterni scontenti, non guardano alla disperazione di questa gente, che viene qui per fame, dolore e a fare lavori che noi non siamo più disposti a fare», dice. «Neri che subiscono disprezzo e vivono a lungo, in sospeso, in attesa di una legittima cittadinanza». E ancora: «Le guerre sono un crimine: non esistono conflitti “umanitari” e il genocidio è un esercizio ripugnante»


(Foto Aurelio Castellaneta)



E’ uno dei giganti del teatro, ma anche della comunicazione, che di questi tempi coincide sempre più con la politica, i dibattiti, i “talk” televisivi nei quali è puntualmente invitato. «E io, impegni permettendo, ringrazio per l’invito e provo ad esserci, ad una condizione». Sabato scorso Moni Ovadia, attore, autore, regista, è andato in scena al Teatro Fusco. L’occasione il “Taras Teatro Festival”, rassegna a cura di Massimo Cimaglia. Il giorno prima l’apertura della rassegna con Antonio Calenda (“Indagini sull’Orestea”). Con l’“ebreo errante” (“Cabaret Yiddish” e “Oylem Goylem”, fra i titoli in teatro) sul palco Daniele Salvo, anche regista di “Ovidio il poeta relegato – Metamorfosi dell’esilio”, e Barbara Capucci.


“Metamorfosi dell’esilio”, proviamo a comprendere cosa sia proprio l’esilio, secondo Ovadia. «L’esilio è una condizione che si produce nei confronti di qualcuno; l’esiliato, per ragioni di idee è costretto a lasciare quel luogo di cui conosce tutte le coordinate sentimentali, emozionali e pratiche; se però, questo, l’esiliato, viene accolto e non respinto, non sottoposto a forme di violenza, l’esilio manifesta il suo grande splendore. Nell’esilio, infatti, un uomo cessa di basarsi sull’incertezza e acuisce il suo “sentire” perché l’altro, chi gli sta di fronte, chi lo accoglie, lo riconosce per le caratteristiche di umanità e non di status sociale».



FIGLI DI UN DIO MINORE

Anche gli italiani sono stati figli di un dio minore, cosa ci dice della migrazione. «Questo atteggiamento nei confronti di chi cerca asilo, mostra che questo Paese, anzi, questa “Non Nazione”, non ha un grande amore nei confronti di tutti i suoi figli: ha amato spesso i privilegiati, tanto che una volta costituito il Regno ha spedito i più deboli socialmente a combattere le guerre coloniali; all’inizio del secolo scorso, poi, sono cominciati i grandi fenomeni migratori, per poi obbligare sempre gli “ultimi” a combattere la Prima guerra mondiale, scellerata, cancellando di fatto una intera generazione, spingendo successivamente ancora all’emigrazione, proseguendo con un altro conflitto, stavolta “superscellerato”: la Seconda guerra mondiale».


Guerre, in questo periodo ce n’è un vasto assortimento. «Le guerre sono un crimine: non esistono guerre umanitarie. Dopo la Seconda guerra mondiale, abbiamo registrato la spinta per la ricostruzione, la voglia di tornare alla vita, concretizzatasi nel cosiddetto “boom economico”, durato poco a dire il vero; poi è ripresa l’emigrazione, gli italiani venduti come schiavi da carbone al Belgio, perché qui, i privilegiati, potessero starsene al calduccio; intanto, i nostri, lì, cito il caso di Marcinelle, andavano giù a mille metri, nelle budella della terra, a scavare carbone; e poi in Germania: me le ricordo io le valigie di cartone; avendo quasi ottant’anni quelle le ho viste di persona; sono seguiti gli scintillanti Anni Ottanta, Novanta, che proseguono nei giorni nostri, con l’emigrazione dei migliori: se ne vanno i giovani: ben centonovantamila, perché intanto il nostro Paese insiste nel familismo, nel nepotismo, perché qui, il talento, non conta niente».



NON LE MANDA A DIRE…

Non le manda a dire, Ovadia. Molto severo con la sinistra. «Una volta la sinistra aveva una funzione pedagogica straordinaria, che oggi non esiste più; per fare un esempio, oggi i figli di quei “Carusi delle miniere di zolfo”, emigrati per scavare carbone, imparare il francese e inserirsi nella vita sociale, si sono laureati, hanno fatto una vita diversa rispetto a quella dei genitori; quando invece vedono arrivare i disperati che cercano vita – perché è questo che in buona sostanza questi cercano – poniamo ostacoli. Qualcuno parla di delinquenza, che altro non è che la condizione della disperazione, della povertà: del resto, anche noi in fatto di delinquenza abbiamo dato più di qualche lezione al mondo. Insomma, invece di guardare gli extracomunitari come nostri simili, li osserviamo come se appartenessero a un’altra specie: brutti, neri e cattivi, mentre i cattivi siamo noi».


Che idea si è fatto in tutti questi anni dell’italiano. «L’italiano è un eterno scontento; risentito, frustrato, tanto che non guarda questa gente, che viene per fame, dolore e ad impegnarsi in lavori che noi italiani non siamo più disposti a fare; molti migranti di seconda generazione parlano l’italiano molto meglio dei nostri nativi; neri che subiscono ingiurie, disprezzo, vengono osservati con sospetto e vivono a lungo, in sospeso, in attesa di uno straccio di cittadinanza italiana, che certifichi uno status maturato alle dipendenze di questo o quell’imprenditore o datore di lavoro che sia»



GENOCIDIO, RIPUGNANTE

Moni Ovadia è italiano di terza generazione. «Sono arrivato in questo Paese come piccolo profugo, privilegiato, perché già cittadino italiano: mio padre, come mio nonno, aveva scelto la cittadinanza italiana; mio fratello maggiore, che aveva studiato in Francia, era venuto deliberatamente qui, a combattere per l’Italia, tanto che è sepolto nel sacrario di Redipuglia».


C’è una parola, “genocidio”, sulla quale gli italiani non trovano la quadra. «Rilancio il ragionamento con un’altra espressione: onestà intellettuale; la definizione di genocidio, a proposito di Gaza, l’ha data uno studioso israeliano, Amos Goldberg, professore di Storia dell’Olocausto: in un breve testo di venti righe, l’ha usata cinque volte e l’ultima volta l’ha definita “genocidio intenzionale”; quello di Gaza non è un genocidio che va disputato sul numero dei morti: quanto sta accadendo lì, in Palestina, è un esercizio ripugnante; quando esponenti dell’istituzione governativa disumanizzano e uccidono, non fanno altro che commettere un genocidio, perché questo è il fondamento che ha caratterizzato il più grande genocidio della storia, quello della diaspora – insisto, ebrei dell’esilio, della diaspora – disumanizzando gli ebrei per poi sterminarli; ministri e capo del governo israeliano, Netanyahu, stanno facendo lo stesso con i palestinesi: non aggiungo altro».


Moni Ovadia incanta il Teatro Fusco di Taranto: alcuni momenti dello spettacolo.

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