Mimmo Cavallo, dal “terrone” a Torino, negli Anni Sessanta, alle frontiere di oggi
- Claudio Frascella
- 1 ora fa
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«Ogni popolo sputa su chi sta sotto»
«Il dialetto è la lingua dell’anima e la musica serve a raccontare chi resta indietro», dice il cantautore. Tre anni di lavoro e un album, “U Signuri u na manda bona”, tra attese, radici meridionali e segni di speranza. E un omaggio a Mia Martini: «Quando stava rinascendo il destino ce l’ha portata via», dice l’artista

Con Mimmo Cavallo abbiamo spesso affrontato temi sociali, di cose da raccontare ne aveva e ne ha ancora. Alcune di queste le riporta nel suo nuovo album, “U Signuri na manda bona”, un auspicio perché il Signore ci protegga. Ha scritto e cantato il disagio, l’emigrazione, una certa emarginazione, senza giri di parole. Così l’occasione di questo suo nuovo capitolo discografico ci sembra ghiotta per tornare a parlare di temi vecchi, ma purtroppo sempre attuali.
Mimmo, questo album nasce in tre anni di lavoro. Qual è il filo rosso?
«Il senso dell’album, se può averne uno, è quello dell’attesa. Sono influenzato dal “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati e da “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, per fare due titoli fra i tanti. Sono tutti brani che sottintendono un’attesa. Siamo sempre in avanzato stato di composizione, presi da problemi sociali e affini. E questo è il risultato».
In copertina ci sono segni di protezione e di famiglia.
«Ci tengo a dire che il retro della copertina è di mia figlia Lisa, che è una bravissima pittrice. Si diletta e mi ha aiutato. Poi c’è il ferro di cavallo con la frase “u na manda bona”. Sono due segni apotropaici. E di questi tempi ne sentiamo davvero l’esigenza.
Il logo è calabrese, di un ragazzo di Soverato, terra di mia moglie Gina. Abbiamo unito le forze».

Parliamo di radici. Tu sei lizzanese, Taranto nel cuore, rivendichi il dialetto come lingua viva.
«Assolutamente sì. Qualcuno, mi pare Ennio Flaiano, ha detto che quando parliamo in italiano sembriamo imitare noi stessi. Ed è vero, perché il dialetto è la lingua dell’anima. Noi ci esprimiamo in dialetto, pensiamo in dialetto, poi facciamo la fatica di tradurre le nostre emozioni in italiano.
Per me scrivere in dialetto non è nostalgia, non è antichismo. È una lingua viva. Paesi e città dove parlano ancora dialetto li amo, Taranto è una di queste città. Perché qui c’è ancora la verità della gente».
E la verità della gente passa anche dal racconto dell’emigrazione. Tu ne parli spesso.
«Sì, perché è una ferita che non si è mai chiusa. Ricordo mio padre che negli anni ’60 andava a Torino a lavorare. E lo chiamavano “terrone”.
Ogni popolo che fa un passo avanti, anche nel nostro Paese, l’Italia, sputa su chi sta sotto, su chi è indietro. È sempre stato così. Ieri erano i meridionali al Nord, oggi sono quelli che attraversano il mare. Cambiano i nomi, cambiano le città, ma il meccanismo è lo stesso».
La discriminazione, dunque, è un tema ciclico.
«Ciclico e drammaticamente attuale. Il problema delle persone che si spostano, che scappano dalla fame o dalla guerra, è sempre esistito e sempre esisterà. È la storia dell’umanità. Oggi parliamo di Ceuta, di Lampedusa. Ieri parlavamo di Milano, Torino. Ma la sostanza non cambia: chi arriva viene visto come un problema, non come una persona. Ecco perché serve la musica. Serve a raccontare. Altrimenti queste storie le dimentichiamo in due giorni».

La musica, quindi, come strumento sociale.
«Sì. Il live soprattutto. È più “ecologico” del disco ed è il contatto diretto con la gente. È lì che la canzone diventa di tutti. E’ lì che le storie di chi è stato discriminato arrivano davvero. Se non cantiamo noi queste cose, chi le canta? Noi autori abbiamo questa responsabilità».

C’è anche un omaggio a Mia Martini.
«Mimì aveva tanto atteso il momento della sua rinascita e proprio quando la stella era tornata a splendere, il destino ha deciso di togliercela. La consideravo il mio alter ego femminile. Anche lei ha pagato il prezzo di chi va controcorrente, di chi non si omologa. Per me era fondamentale ricordarla».
Infine, citi Lorca, Machado...
«García Lorca, “A las cinco de la tarde”, il mio primo brano estratto da “U Signuri u na manda bona”, è uno dei poeti che mi piace leggere, insieme ad Antonio Machado. La sua “Camminante”, un brano in cui specifica che “gli uomini sono scie sopra il mare”, sarà una delle mie prossime canzoni.
Sono le influenze che ogni cantautore si porta dietro. Perché le canzoni senza radici letterarie e senza radici sociali restano vuote. Devono parlare della gente».




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