Laureati, competenti e stanchi di essere precari
Fuga dall'Italia…
Non è più solo “fuga di cervelli”, scappano dal futuro. L’Italia forma i giovani, poi li perde. Tutti costretti ad andare all’estero perché qui, nel nostro Paese, si guadagna poco: lavoro instabile e, senza la giusta segnalazione, non si va da nessuna parte. La storia di Marco Ghiselli, biologo e tecnico di radiologia che vive in Islanda da dieci anni. La fotografia di una generazione intera. Qui volontariato non pagato, concorsi opachi, offerte per neolaureati che chiedono già 3 anni di esperienza. Dove vai…

Marco abita in Islanda da dieci anni. A confronto con i suoi coetanei italiani, è sereno. Non è un caso, visto che ha un contratto stabile, un riconoscimento professionale e uno stipendio dignitoso.
Eppure ricorda benissimo la frase che sentiva ripetere spesso mentre in Italia cercava di specializzarsi. «In Italia durante il tirocinio – ricorda Marco – sentivo dire che per lavorare nel pubblico bisognava fare volontariato, farsi vedere o avere conoscenze: credevo fosse un’esagerazione, e invece era tutto vero».
Il giovane italiano racconta la sua vicenda, sinceramente una come tante, come vedremo, a Giacomo Camelia del “Fatto Quotidiano”, il giornale diretto da Marco Travaglio, uno dei direttori più impegnati nella disamina della fuga di cervelli dall’Italia all’estero. Nell’impietosa disamina dell’Istat, la foto del nostro Paese.

UNA FRASE, SEMPRE LA STESSA…
Cresciuto tra Veneto ed Emilia-Romagna, Marco ha investito tutto se stesso sulla preparazione. Laurea in Scienze biologiche a Ferrara, poi una seconda laurea in Tecniche di Radiologia medica per Immagini e radioterapia, poi ancora un Master specialistico in Ecografia. A Ravenna ha prestato servizio, gratuitamente, in ospedale. Nemmeno a dirlo, come volontario, sperando che il suo impegno, alla fine venisse notato. Niente da fare.
«Non è stato un singolo sgarbo a ferirmi», racconta, si diceva, al Fatto. «È stato un meccanismo perverso che si ripeteva; sentivi continuamente che per entrare nel pubblico dovevi prima regalare mesi di lavoro gratis, presenziare, avere un aggancio: all’inizio pensavo fossero dicerie, poi, partecipando a selezioni e colloqui, ho compreso che questo mood era prassi consolidata».

CONTROMANO E…CONTROSENSO
C’è un altro controsenso che ha logorato Marco. Gli annunci assurdi: “Cercasi neolaureato con esperienza pluriennale”. «Mi domandavo: come fa uno, appena laureato, ad avere esperienza, se nessuno gli concede la prima opportunità?».
Così, nel 2014 Marco ha deciso di guardare oltre confine. Prima tappa: Dublino, dove ha lavorato nel customer service in attesa del riconoscimento del titolo, tra traduzioni asseverate, certificazioni e lungaggini burocratiche. Poi, nel gennaio 2015, l’Islanda.
«Lì è cambiato tutto dal primo minuto – ricorda – una collega mi accolse subito con un abbraccio: “Abbiamo bisogno di te”, mi disse. Rimasi spiazzato, in quel preciso istante compresi di essere approdato in un luogo dove le mie abilità avevano un valore concreto».

MARCO, NON UN’ECCEZIONE: LA REGOLA
Secondo l’ultimo rapporto CNEL “L'attrattività dell'Italia per i giovani dei Paesi avanzati”, tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato l’Italia ben seicentotrentamila giovani. Al netto di chi è rientrato, il saldo è di -441.000 unità. Un esodo strutturale, che vale il 7% di tutti i giovani residenti oggi in Italia.
Il fenomeno sta accelerando: solo nel 2024 sono espatriati settantottomila giovani, un numero pari al 24% delle nascite di quell’anno. E sono sempre più istruiti: nel triennio 2022-2024, ben il 42,1% di chi è partito era in possesso di una laurea, contro il 33,8% della media del periodo precedente.
Dove vanno? Per il 90% in Paesi avanzati: Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia, Spagna, USA. Per ogni giovane straniero qualificato che arriva in Italia da questi Paesi, nove italiani se ne vanno. Per ogni coetaneo che arriva da un Paese avanzato, ne partono 14,5. Un rapporto squilibrato che nessun altro grande Paese europeo ha.
DATI ISTAT: IMPIETOSI
I dati ISTAT, analizzati dalla CGIA, sono ancora più impietosi sui laureati fra i 25 e i 34 anni: le cancellazioni anagrafiche verso l’estero sono passate da 16.615 nel 2019 a 25.552 nel 2024, +53,8%. Nel 2024 il saldo è stato di –20.711 giovani laureati. E’ l’1,1% di tutti i laureati di quella fascia d’età che vive in Italia.
Quanto ci costa questa emorragia? Circa 160 miliardi di euro. È il denaro speso dalle famiglie e dallo Stato per crescere, istruire e formare quei ragazzi. La Lombardia da sola ha perso 28,4 miliardi di capitale umano, la Sicilia 16,7, il Veneto 14,8. Ogni laureato perso costa in media 160mila euro di formazione regalata all’estero.

PERCHE’ SE NE VANNO?
Dunque, perché se ne vanno? Ce lo dice un’altra indagine CNEL su oltre 2.500 expat (il 93% laureato): l’83% tornerebbe in Italia se gli stipendi fossero più alti e adeguati, il 79% se ci fosse più meritocrazia.
Perché oggi un laureato in Italia, quando trova lavoro, è spesso sottopagato, a tempo determinato, inquadrato sotto il suo livello di studi. L’Italia è penultima in Europa per quota di laureati tra i 25 e i 34 anni, eppure è ultima per tasso di occupazione dei neo-laureati: 67,5% contro l'83,5% della media UE. E ha un tasso di disoccupazione giovanile che a settembre 2025 era ancora al 20,6%.
Insomma: poche opportunità, retribuzioni basse, contratti fragili e, purtroppo, la sensazione costante che senza una raccomandazione non si vada da nessuna parte.
Marco in Islanda non ha avuto bisogno di raccomandazioni. Ha avuto bisogno solo di ciò che sapeva fare.




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