«Le canzoni ti cambiano la vita»
- comunicazione283
- 16 giu 2023
- Tempo di lettura: 4 min
«Fondamentali Riccardo Del Turco, i Bee Gees e Simon & Garfunkel», dice. «Canterei ore intere, ma eviterei i social sui quali ancora rifletto. Canto De André e De Gregori, Celentano e Morandi, ma mi tratto bene con Dalla, Fossati, Graziani, Fabi e tutta una serie di amici»
«“Luglio” di Del Turco a tre anni, “Too much heaven” dei Bee Gees a dodici, “Mrs. Robinson” di Simon e Garfunkel a diciotto”». Tre titoli fondamentali nella formazione musicale di Neri Marcoré, l’attore-cantante in tour e che ha tenuto un concerto nell’Oasi dei Battendieri, masseria alle porte di Taranto, in occasione del “MAP Festival”.
Sembrava uno scherzo, quando Marcoré dopo l’ultimo brano in scaletta, aveva fatto una battuta spiegando che «la notte è ancora lunga».
Canta ancora tanto, per due ore e un quarto. «E di canzoni – credetemi – io e Domenico Mariorenzi avremmo potuto cantarne ancora tante, solo che – si dice – s’era fatta ‘na certa, allora abbiamo raccolto gli attrezzi del mestiere e salutato».
E non finisce lì, a ridosso della mezzanotte. A fine concerto sono in tanti a reclamare un selfie. Marcoré conosce perfettamente la modalità, non fa una grinza. Resta sul palco, si piega sulle ginocchia, accosciato come un calciatore per la foto ufficiale. Concede gli ultimi sorrisi della serata a macchine fotografiche e a videocamere ultima generazione. Scattano i clic, a decine come lo era stato per le richieste e lo scambio di battute fra artista e pubblico. Due accordi e «Vediamo se indovinate che la canta…».«Senza l’ausilio del telefonino, però, non vorrete mica fare i fenomeni con l’i-phone…».
DUE ORE (E PIU’) DI CANZONI
Nelle due ore e passa, Marcoré canta De André, Fossati, De Gregori. Perfino Celentano e Morandi, mescolando insieme fra loro “C’era un ragazzo…” e “Il ragazzo della Gluck”. Qualcuno gli chiede Baglioni, lui invece accenna, imita Ligabue, e intona “Piccola stella senza cielo”.
Il mio concerto, non è «“uno spettacolo di arte varia”, come direbbe Paolo Conte, ma di musica di vari autori». Spazio fra la musica italiana, per la maggior parte, e stranieri del calibro Simon & Garfunkel e James Taylor: «Roba buona, diciamolo, eseguita in duo, dal sottoscritto e Domenico Mariorenzi, un’amicizia, la nostra, che risale dai tempi del servizio militare. Poi ci siamo casualmente combinati sulle note e da dieci anni circa imperversiamo in giro per l’Italia, in duo o con la band a fare spettacoli e concerti».
La selezione delle canzoni, piacevole e dolorosa. «Bella domanda, il dolore è il non poter fare un concerto di quattro ore: ogni sera cerchiamo di cambiare la scaletta e c’è sempre qualche pezzo che inevitabilmente resta fuori. E’ tanto l’amore per la musica e per certe canzoni che, talvolta, tenerne fuori qualcuna provoca un certo dolore.
Poi la sequenza, il più delle volte, la decide il contesto: qui ci troviamo in una masseria, bellissima, accogliente, un pubblico di qualità mi dicono, pertanto prevediamo un rapporto molto bello, intimo: potrebbe esserci più spazio per brani più sussurrati».
TRE TITOLI, UNA SVOLTA
Tre canzoni della sua vita. «Faccio presto a ricordarli. Avevo tre anni, cantavo e ricantavo, come una litania, “Luglio” di Riccardo Del Turco, che tanto piaceva a mia madre; poi, dodici anni, “Too muche heaven” dei Bee Gees, grazie alla quale ho messo per la prima volta piedi su un palco: mi aveva ascoltato Giancarlo Guardabassi, cantante, autore, conduttore radiofonico, che di fatto mi ha iniziato a questa attività molti anni dopo diventata una professione; infine, “Mrs. Robinson”, ripresa da un disco, il “live” che celebra il Concerto di Central Park di Simon & Garfunkel, disco che ho consumato mentre a diciotto anni mi preparavo per gli esami di maturità: ascoltavo la musica in cuffia e avevo imparato tutte quelle canzoni a memoria».
Tanto De Andrè e non solo. «Ma il grande Fabrizio è in buona compagnia: assieme a lui metterei De Gregori, Gaber e Fossati. Questo è il poker che ho in mente, poi Gianmaria Testa e tanti altri: Capossela, Fabi, Silvestri, Barbarossa, tutti amici».
«NON SONO…ASOCIAL»
Per concludere. Marcoré, lei sembra uno che non si prende troppo sul serio. Questa, almeno, è la sensazione che si ricava vedendola nei concerti. «L’impressione è quella giusta, solo che è un momento in cui circolano il politicamente corretto e una permalosità che si taglia col coltello: atteggiamenti che sono il contrario dell’ironia e del prendersi sul serio: non nascondo che questo, un po’, mi infastidisce. Bisognerebbe essere più elastici, disponibili verso anche chi non la pensa strettamente come te. In generale, esiste poca tendenza all’ascolto: si parla solo per avere ragione, mai per essere disponibili a sentire chi ci sta davanti, anche per allargare i propri orizzonti».
Social, croce e delizia. Li frequenta poco. «Non sono di quelli che appena pensa una cosa si precipita a scriverla. Non demonizzo i social, per me non hanno niente di brutto o di buono: sono semplicemente contenitori che, come la tv, possono contenere programmi eccellenti o scadenti. Dipende sempre dall’uso che se ne fa: quando nella mente avrò chiarito questo aspetto, forse, deciderò…».











Commenti