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Lavoro nero, caporalato, ricatti, zero contratti e punizioni severe per chi “osa” lamentarsi

  • Claudio Frascella
  • 8 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Braccianti sempre più sfruttati


L’esecuzione brutale di quattro lavoratori, uccisi ad Amendolara, riporta a galla un pessimo fenomeno. La Puglia, una delle regioni maggiormente interessate dal lavoro sommerso. Peggio Calabria, Campania e Sicilia. Un “sommerso” di settantasette miliardi di euro l’anno. Una ricchezza prodotta irregolarmente che si concentra nel Mezzogiorno (37,5%). Anche nel Nord-Ovest e al Centro la situazione è simile. Friuli Venezia Giulia, Veneto e Lombardia ancora lontane dai numeri attestati altrove

 


Amendolara, provincia di Cosenza. Cronaca dei giorni scorsi: quattro lavoratori sfruttati nella raccolta delle fragole sono stati brutalmente uccisi dai loro “caporali”. Le voci di sociologi, sindacalisti, ricercatori e giornalisti, chi, insomma, studia e racconta il fenomeno, quanto accaduto in Calabria è di fatto il punto estremo di un sistema che tiene insieme criminalità organizzata, imprese legali e, pare, anche sigle della grande distribuzione. E’ questo il circolo vizioso, non si scappa.

I quattro uomini sono stati bruciati vivi per dare un esempio, una “punizione” per quanti, come loro, avessero avuto intenzione di avanzare pretese economiche, ribellarsi allo sfruttamento. Ricorderete l’episodio, terribile, come nemmeno nei film nei quali si raccontano efferate esecuzioni: i caporali che li sfruttavano – per conto di un sistema che mescola criminalità organizzata, aziende legali e, utente finale, una grande distribuzione “organizzata” – hanno bloccato dall’esterno le portiere del minivan, gettato benzina e dato fuoco al veicolo, uccidendo così quattro lavoratori tra i 19 e i 29 anni. Questo è quanto racconta Melting Pot Europa in una analisi dettagliata sullo sfruttamento della manovalanza dei campi.



LAVORO NERO E CAPORALATO

A seguito di quanto accaduto, sono stati accesi i riflettori su una piaga come quella di lavoro nero e caporalato. Secondo uno studio, pare che circoli un sommerso che peserebbe qualcosa come settantasette miliardi di euro l’anno. E, quel che è peggio, detto che ovunque lo sfruttamento sia una piaga da debellare, oltre un terzo (37,5% per essere precisi) di una ricchezza prodotta irregolarmente per pochi, si concentra nel Mezzogiorno. E’ qui, infatti, che si registra la quota più alta di lavoratori coinvolti.

E i numeri elaborati dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre su dati Istat (gli ultimi disponibili fanno riferimento al 2023) e dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro. La Puglia, purtroppo, è fra le prime in questa classifica vergognosa, con un tasso di irregolarità del 13,1% e un valore aggiunto del lavoro irregolare del 6,4%. Un gradino più giù, la Basilicata, sesta, con numeri ugualmente alti (12,3% e 5,5%), in considerando la media nazionale (10% e 4,0%).

Il podio, dunque i primi tre posti, spettano a Calabria, Campania e Sicilia, confermando la natura meridionale del grave fenomeno. Certo, per non smentirsi, il nostro amato Paese, registra una “ripresa” del fenomeno anche nel Nord-Ovest e al Centro, mentre Friuli Venezia Giulia, Veneto, Provincia autonoma di Bolzano e Lombardia sono ancora lontane dai numeri attestati altrove.



E COLF, BADANTI, FIGURE DOMESTICHE

Non solo i campi sfruttano il lavoro nero. Situazioni di una certa criticità insistono nei “servizi alla persona”. Pare, infatti, che il tasso di irregolarità arrivi al 48,8% (colf, badanti e altre figure chiave dell’accoglienza domestica, un numero superiore alle seicentomila unità). Ancora l’agricoltura, che non si fa mancare nulla, è seconda (20,8%), a seguire le attività artistiche e intrattenimento (20,3%) con attori, cantanti, spettacoli viaggianti, giochi e parchi divertimento.

A seguire, sempre secondo lo studio preso in analisi dalla gazzetta del Mezzogiorno, su numeri elaborati dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre su dati Istat: turismo, alloggi, costruzioni e commercio, all’ingrosso o al dettaglio. Non è finita. secondo l’Ufficio Studi, poiché l’analisi si riferisce al 2023, nuove frontiere sarebbero state già aperte distorcendo le possibilità offerte dalle tecnologie più innovative. E’ il “caporalato digitale”, un meccanismo in cui il ruolo del caporale viene sostituito “dall’azione delle piattaforme informatiche, da software e algoritmi che organizzano, controllano e valutano l’attività dei lavoratori, arrivando talvolta a determinarne l’accesso o l’esclusione dal mercato occupazionale”. E i rider, di cui abbiamo spesso scritto, ne sanno qualcosa. Un tema sul quale torneremo a breve, statene certi.

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