Aurora, diciassette anni, tira fuori il coraggio e racconta l’isolamento
- Claudio Frascella
- 6 minuti fa
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«Non sono da aggiustare…»
Vive ancora da sola, ma è riuscita a farsi ascoltare grazie al tema “Scrivo per te”, premiato al Salone del libro di Torino. Nell’intervista a più voci emergono il dolore del giudizio, il valore della rete tra famiglia-servizi-scuola e il ruolo dell’istruzione domiciliare come ponte. Il messaggio: non forzare l’uscita, ma riattivare la fiducia

Hikikomori, il vocabolo giapponese che in modo acuto il sito Orizzontescuola.it – spesso fonte di ispirazione in temi sociali – mette subito in campo per far comprendere in due battute cosa significhi il tema verso il quale oggi andiamo incontro. Hikikomori, infatti, sta a significare “fenomeno di isolamento sociale volontario”. Cosa accade: i giovani si chiudono in casa, per mesi o, addirittura, anni, rifiutando di colpo scuola o lavoro, ovviamente attività sociale, dunque conoscenti e amici. Più in generale, due parole: senso di rifiuto.
La storia che Vi raccontiamo, oggi, sarebbe molto più lunga. E solo il Cielo sa quanto abbiamo dovuto sacrificare certi passaggi che abbiamo appena considerato una piccola tacca sotto all’intero ragionamento. In breve, anche se non è detto che in futuro non si torni daccapo sullo stesso tema, questa storia riguarda Aurora, diciassette anni e il suo mondo è in una stanza.
Ma grazie a “Scrivo per te”, un testo premiato quest’anno al Salone del Libro di Torino, quella stanza si è finalmente aperta. La voce di Aurora è uscita dalle mura di casa ed è arrivata fino a un pubblico. La sua storia si intreccia con quella della madre Roberta, con quella della professoressa di sostegno, Luigia, e di Giulia, educatrice. Quattro sguardi, Aurora, Roberta, Luigia e Giulia, per raccontare il ritiro sociale senza etichette, senza ricette facili.

LETTERA AL FUTURO
Aurora non racconta una guarigione. Racconta una resistenza. In “Scrivo per te” parla alla ragazza che lei sarà tra qualche anno e in un confronto vivace e serrato le chiede – in realtà lo chiede a se stessa – di non vergognarsi di chi è oggi.
«Volevo affidargli quella che sono ora; con il tempo ci si guarda indietro e non ci si riconosce più: non volevo che la “me” del futuro odiasse la “me” del passato». Scrivere è stato questo: custodire la memoria di sé. E lanciare un invito a chi legge: «Non fermatevi alla superficie – scongiura quasi, Giulia – guardate oltre, con empatia».
Perché la cosa che fa più male, spiega dal suo punto di vista Aurora, non è restare chiusa. È sentire il peso dei consigli che nessuno ha chiesto: «Esci. Vai a scuola. Frequenta gli amici». Frasi che rimbalzano addosso come pietre. «Non si risolve nulla così. Si finisce solo per far sentire la persona rotta, da aggiustare. Io non sono un capriccio. Sto lottando contro me stessa e questo è l’unico modo che ho trovato per soffrire di meno».

IL PREMIO, LA PAURA DELLA LUCE…
Il Salone del Libro è stato un sogno e una tempesta. Da lettrice lo aveva sempre immaginato come un luogo lontano e sacro. Ritrovarsi lì, con gli occhi addosso, è stato bellissimo e spaventoso allo stesso tempo.
«Per due minuti tutti mi guardavano, ero a disagio, poi è passata, ma non ce l’ho fatta a restare tra gli stand: troppo caos, avevo bisogno di calma». La scrittura, per Aurora, non è per parlare agli altri. È un rifugio. «Entro in altri mondi, creo personaggi, trame. Anche quando non scrivo di me, metto ordine dentro di me. Chiamarla rifugio è riduttivo: per me è tutto».
Cosa chiede agli adulti, Aurora? Quasi niente. «Che ascoltino. E che aspettino, anche quando non ho niente da dire».

MAMMA ROBERTA, «VEDO LA LUCE»
Mamma Roberta racconta, con voce ferma. Il premio è stata l’occasione per dire: «Aurora c’è». La parte più dura non è stata capire il ritiro, ma spiegarlo. «Chi non ci passa dentro, semplifica: “Se fosse mia figlia le darei due pedate”. “Perché la lasci in casa?”, come se fosse una mia scelta». Poi Roberta ha incontrato persone che non hanno giudicato: il marito, i genitori, le amiche, le dottoresse. E ha imparato, grazie ad Aurora, a lasciare scivolare i giudizi.
I segnali sbucavano già alle elementari. La svolta è arrivata con una psicologa e poi con Giulia, grazie a un progetto del Comune. «Lì ho smesso di sentirmi sola. Quando il progetto è finito ho capito quanto quella rete fosse vitale».
Giulia spiega che il ritiro non è il problema di un ragazzo, di una ragazza. È un problema di comunità. Il compito dell’educatore è duplice: stare vicino, senza giudizio, anche nei mesi di apparente immobilità. E tenere insieme famiglia, scuola, servizi. Il telefono e internet? Non sono la causa. Spesso sono l’ultimo filo che lega il ragazzo al mondo.
«Non misuriamo i progressi solo con il ritorno a scuola. Ci sono aperture, passi indietro, soste. È normale. Il ritiro è un sintomo. Il cuore è un percorso evolutivo bloccato. Se spingiamo solo per “farlo uscire”, interveniamo sul sintomo e aumentiamo la vergogna».

LA SCUOLA, UN PONTE…
Luigia, la prof di sostegno, non ha applicato un metodo. Si è adattata giorno per giorno. «Ho capito che la chiave era la flessibilità. L’ascolto. Non farle pesare la didattica come una verifica». Nell’istruzione domiciliare l’insegnante rischia di essere l’unico ponte col mondo. Se quel filo si spezza, si perde tutto. Anche per lei, Luigia, la didattica a casa non è una resa. È un messaggio: «Anche se oggi non ci sei, fai parte di noi».
Il ritiro non esplode. Si insinua. Si smette di fare le cose che piacevano. Ci si allontana dagli amici. Si rifiuta la scuola. Si cambia il sonno. Ci si chiude in camera. «L’errore più grande è aspettare che non esca più. Bisogna intervenire prima, costruendo adulti che ascoltano prima di chiedere risultati».
Luigia scuote i colleghi: «Non etichettate. Non mollate. All’inizio sembra una montagna. Ma con piccoli passi, costanza e pazienza, si scala insieme». Infine una mamma, dal profondo del suo disagio. «Vivete un giorno alla volta. Non abbiate paura di chiedere aiuto. Chiedere aiuto non è fallire. È voler bene. I nostri figli hanno bisogno di sentirsi accolti, rispettati, amati per quello che sono. Senza sentirsi continuamente sbagliati».




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