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L’Italia italo-americana che ci ha fatto sognare

  • comunicazione283
  • 18 minuti fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Baseball, orgoglio “paisà”


Giocatori che hanno nonni e bisnonni giunti dall’Italia negli Stati Uniti o in Canada, hanno orgogliosamente indossato la casa azzurra della Nazionale azzurra. Hanno perfino battuto i campioni USA, maestri del “diamante”, il campo di gioco di uno degli sport più popolari oltre oceano. Dezenzo, Antonacci, Pasquantino, Caglianone, Berti e compagnia, quante belle storie…



Grazie Italia del baseball. E’ stato bello sognare, assistere anche a notte fonda match epici che non avremmo mai potuto pronosticare con tutta la buona volontà. Vedere la nazionale americana sconfitta dall’Italia per la prima volta, fra un caffettino e l’altro preparato con una macchinetta posta in panchina, fra riserve e back-up, i ricambi di valore per i titolari. Grazie paisà per averci regalato grandi emozioni.

Nel ’46, secolo scorso, Roberto Rossellini, maestro del neorealismo, pennellò il ritratto di un’Italia povera, soccorsa dall’esercito americano che inflisse all’esercito tedesco da cui gli italiani nel frattempo avevano preso le distanze, il colpo di grazia.

In quel film, i militari arrivati da oltreoceano che ingolosirono con il “sogno americano” proprio gli italiani, sedotti a cioccolato e sigarette, chiamavano gli italiani “paisà”, paesani. Come fossero parenti di una vicina provincia. Un sacrificio enorme, in termine di viste umane. Non solo quello americano, ma anche sovietico, che a Hitler e ai “suoi”, dettero una lezione di strategia militare che costò milioni di morti.



PAISA’, CON IL DOVUTO RISPETTO

In queste settimane, quel termine, non in senso dispregiativo, ma detto in tono confidenziale, è tornato di moda. Di mezzo uno sport, che con l’Italia non c’entra nulla, ma che ci ha fatto scoprire quanto sia bello vincere in una competizione in cui proprio gli americani sono dei maestri: il baseball. L’Italia nella notte di lunedì ha perso in semifinale con il Venezuela. Per un calcolo che attiene a un regolamento non molto semplice, come il giocare in un diamante (il campo di baseball si chiama così…), purtroppo la Nazionale azzurra imbottita da oriundi, non si porterà a casa nemmeno il bronzo che sarebbe stato sicuramente un traguardo storico. Pazienza. Ma è stata una bella avventura, palpitante, come scoprire come oltre Oceano ci siano nipoti di italiani in cerca di fortuna che non hanno dimenticato le proprie origini.

La Nazionale che ci ha trascinati nel sogno del World Baseball Classic, ha raccolto tantestorie diverse ma che in qualche modo si somigliano. «Nonni italiani, senso di appartenenza e una fierezza d’altri tempi, e l’immancabile espresso dopo ogni fuoricampo», aveva scritto Mario Salvini, autore di uno straordinario reportage sulla Gazzetta dello Sport.



STATI UNITI, CANADA, VENEZUELA

«Amavo il gioco con tutto il mio cuore, non solo per il divertimento che mi dava, ma per la dimensione mitica ed estetica che dava alla vita di un ragazzo cresciuto in America. Specie per quelli che avevano nonni in difficoltà a parlare inglese». È una nazionale che viene da una passione entrata in famiglie italiane emigrate negli Stati Uniti, Canada e Venezuela nel corso delle generazioni.

E pensare, racconta la Gazzetta, che un giorno di un po’ di anni fa l’allenatore degli Stati Uniti, Herb Brooks, aveva incoraggiato i suoi ragazzi che stavano entrando sul campo di ghiaccio all’epoca contro l’avversario di sempre, l’Unione sovietica, di non pensare a quello che era scritto sulle loro spalle, cioè i rispettivi nomi, dunque a se stessi: «Pensate a quello che avete scritto davanti: USA!».


Di Johnmaxmena2 - Opera propria, CC BY 4.
Di Johnmaxmena2 - Opera propria, CC BY 4.

ECCO PASQUANTINO, BISNONNO AQUILANO

Vinnie Pasquantino, giocatore, classe ’97, invece, proprio alla Gazzetta dello Sport,ha detto il contrario. «Penso a quello che ho scritto sulla schiena – ha confessato candidamente al cronista, senza lasciarsi andare a frasi pompose o a un cerchiobottismo, un colpo qua e uno là, per accattivarsi italiani e americani – ma no,attenzione, non per me stesso, bensì per quello che il cognome “Pasquantino” rappresenta, per la mia famiglia». Praticamente per suo padre, suo nonno, persino ilsuo bisnonno arrivato negli States dalla provincia dell’Aquila.

Dopo la vittoria contro gli Stati Uniti, che abbiamo rischiato di eliminare dalla competizione organizzata in casa sua, all’improvviso gli italiani hanno scoperto quanto è bello il baseball. Dezenzo, Antonacci, Pasquantino, Caglianone, Berti e compagnia – ha puntualizzato Salvini – non sono proprio italiani-italiani. Molti, ha puntualizzato sulla “rosea”, non hanno nemmeno il passaporto italiano.



«SIAMO ITALIANI, FATEVENE UNA RAGIONE»

Eppure sono italiani perché hanno scelto di esserlo con entusiasmo. Ci rappresentano perché hanno deciso di farlo, e indossano la maglia azzurra con una fierezza davvero d’altri tempi. Perché d’altri tempi è l’idea di Italia che è stata a loro trasmessa dai nonni e dai bisnonni.

Adesso siamo fuori dai giochi, ma che importa. E’ stato bello coltivare una passione con il cuore pieno di gioia verso quagli “italiani” che non hanno dimenticato le proprie origini, non hanno voluto modificare il proprio cognome per sentirsi più americani. Del resto, esistono precedenti illustri nel cinema, De Niro e Pacino, Coppola e Scorsese. E questo gli italiani, i bisnonni, i nonni, quei concittadini che sono risaliti alle origini del loro nome, lo hanno apprezzato, riconoscendo a quegli italiani (stavolta niente virgolette), l’amore per le loro origini. E, ora, al prossimo campionato, alla prossima tazzina di caffè.


 
 
 

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