In ricordo di Sako, il maliano ucciso sabato scorso da una banda in Città vecchia, a Taranto
- Claudio Frascella
- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min
«Nessuna vita è straniera!»
Intanto, fermato un sesto ragazzo del branco. Anche lui accusato dell’omicidio del trentacinquenne bracciante maliano. Prima dell’arresto, un quindicenne tarantino aveva confessato e fatto ritrovare l’arma del delitto (un coltello). Sarebbe questo minore l’esecutore dell’accoltellamento, anche se non avrebbe agito da solo. Nega colpe su quanto accaduto, invece, il diciannovenne (unico maggiorenne fino a ieri) dagli inquirenti
Una storia che non avremmo mai voluto raccontare. Per due motivi. Il primo: un omicidio da parte di una baby-gang con l’aggravante dei futili motivi, come a dire non pronosticabile, perché l’idea di portare a compimento la drammatica opera è arrivata quando il branco ha inteso infierire su un ragazzo inerme, indifeso; per giunta non aiutato,come riportano le cronache, dal titolare del bar in Città vecchia a Taranto, che invece di ospitare nel suo esercizio il ragazzo che invocava un aiuto disperato, lo ha respinto verso il branco, all’esterno del locale; quel branco che sentiva l’odore del sangue ed era lì per “finirlo”, assestandogli un impietoso colpo di grazia (tre le coltellate).
Il secondo motivo. Lo scriviamo senza tanti giri di parole senza nasconderci dietro una maschera di ipocrisia: perché accaduto a casa nostra, a Taranto, una città che in tutti questi anni si è distinta da altre realtà nazionali, per come ha fatto accoglienza; ha accolto stranieri, parte di questi di passaggio, altri in cerca di lavoro, un lavoro anche umile, come quello nei campi, spesso sottopagato, con uno sfruttamento disumano.

SAKO, GLI AMICI, I FRATELLI
Sako, lo raccontano gli amici, i conoscenti, i colleghi di lavoro. Era un ragazzo mite, laborioso, nella sua testa la famiglia e il lavoro: uno legato all’altro, specie in mesi in cui sarebbe diventato papà. Ed è per questo motivo che lavorava, si sfiancava più di quanto non facesse: era in arrivo un’altra bocca da sfamare e lui, in qualità di genitore, doveva dare l’esempio, alla sua creatura in arrivo non avrebbe fatto mancare nulla. E, invece, fine di un sogno. La creatura nel grembo della moglie non conoscerà il papà e quando avrà l’età della ragione e rivolgerà una domanda, un “Perché?”, nessuno saprà dargli larisposta giusta. E’ accaduto come accade in Africa, le iene, che insieme circondano fino allo sfinimento una preda, fino ad assalirla e ad averne ragione. Ma lì, nella savana, esiste la legge della sopravvivenza, l’istinto; qui, invece, la logica è stata quella di ragazzi difficili, disadattati, forse cresciuti nel vedere quelle serie tv in cui i malviventi vengono eletti ad eroi, secondo una logica legata all’audience televisivo; oppure si nutrono di social, messaggi tossici, in cui passano messaggi come quello postato in rete settimane fa, della serie «Mi sono accanito sul mio compagno di scuola, ebbene, sono minorenne, non possono farmi niente!».

SERIE TV E SOCIAL, CHE DANNO!
E tutti a fare trasmissioni, ad invitare assistenti sociali, psicologi, psichiatri, quasi a giustificare certe mancanze, ma i primi a dare esempi di intolleranza: chi dice che è colpa delle famiglie, chi che è colpa della scuola, con i genitori a porre la ciliegina sulla torta, la scusa che mette a posto le coscienze di papà e mamma, che avrebbero fatto il possibile: «Colpa degli amici, dei più grandi che gli hanno inculcato il principio della violenza: mio figlio, in fondo, è un’anima di dio». E il carrozzone mediatico, la solita compagnia di giro, con facce criptate, i vicini che dicono che era «un bravo ragazzo e nulla lasciava pensare che potesse commettere un simile crimine!». Colpa anche del sensazionalismo di certe trasmissioni, di certi giornali, che in coda, ma solo in coda, fanno la morale sciacquandosi la coscienza.
La vicenda si sta dipanando nelle ultime ore. Ci sono novità, vi diamo aggiornamenti, perché è giusto che ci segue venga a conoscenza di come siano andati i fatti e come, l’impegno delle Forze dell’ordine, senza fare sconti abbia messo subito le mani sul branco, sugli autori di un delitto che per anni resterà scolpito nella memoria dei tarantini, indignati, costernati, per quanto accaduto.
«E’ una sconfitta di tutti, e noi che credevamo che la nostra città, così ospitale, che ormai vive a stretto contatto con i fratelli neri, fosse civile. Nei confronti di ragazzi che si sono inseriti nella società, fanno mille lavori, non solo impegnati nei campi: lavorano nei supermercati, nei bar, nelle attività commerciali, nella protezione civile». E, invece, Sako Bakari, non c’è più. Sarò una macchia indelebile che resterà sulle nostre coscienze. Potremo provare a riscattarci, portando massimo rispetto verso le fasce deboli, quella gente che invoca aiuto per ritagliarsi un pezzo di dignità.

CRONACA NERA
E torniamo alla cronaca, quella che non avremmo mai voluto documentare. Ci sono nuovi risvolti, a cominciare dall’ultimo dei fermati. È accaduto nella mattinata di ieri, quando un sesto componente della banda accusata dell’omicidio di Bakari Sako, trentacinquenneoriginario del Mali, il bracciante ucciso sabato mattina a Taranto, ha raggiunto gli altri cinque fermati, quattro minorenni e un diciannovenne. Si tratta di un giovane di ventidueanni, appunto, il secondo maggiorenne della banda. Nei giorni scorsi erano stati fermati in cinque, con l’accusa di omicidio aggravato dai futili motivi: un diciannovenne e quattro minorenni, per i quali procedono le rispettive Procure di competenza.
Ieri al gip Gabriele Antonaci, si è presentato il diciannovenne che non ha risposto alle domande. Il giovane ha solo rilasciato dichiarazioni spontanee con le quali ha negato il suo coinvolgimento nell’omicidio. Stando alle sue dichiarazioni, sarebbe arrivato dopo l’accoltellamento. Oggi potrebbero essere sentiti gli altri quattro indagati davanti al gip del Tribunale dei minorenni, mentre per l’ultimo fermato, la data dell’interrogatorio deve essere ancora stabilita.
LA CONFESSIONE
Il quindicenne tarantino nei giorni scorsi aveva confessato e fatto ritrovare il coltello, l’arma del delitto, con cui sabato mattina all’alba avrebbe materialmente ucciso il trentacinquenne originario del Mali.
Sako si trovava in piazza Fontana con la sua bici, che poco dopo avrebbe lasciato nei pressi della stazione prima di salire a bordo del mezzo che lo avrebbe accompagnato sul posto di lavoro, nei campi. Il giovane maliano, come tutti i giorni, era diretto a prendere un pullman per raggiungere il luogo di lavoro. Un posto di lavoro che non raggiungerà mai, in quanto la banda lo avrebbe accerchiato, spintonato, malmenato e, infine, ucciso barbaramente, in seguito a una lite per motivi futili. I colpi ricevuti da Sako all’addome sono stati fatali e nulla hanno potuto fare i soccorritori del 118.

PRIMI ACCERTAMENTI
Al momento, secondo quanto accertato, sabato scorso la vittima si era fermata in piazza Fontana, in Città vecchia, per prendere un caffè, prima di andare a lavorare. E’ in quel momento che avrebbe incrociato la banda di giovani che lo avrebbe accerchiato per poi aggredirlo e ucciderlo secondo quanto confessione, cioè mediante accoltellamento. La Rai ha fatto di più, sulla sua Rete ammiraglia, il Tg1 ha mostrato le immagini in cui si vede Sako Bakari in selle alla sua bicicletta mentre si dirige verso la piazza dove ha trovato la morte.
Secondo quanto emerso dalle indagini, il gruppo avrebbe prima cercato di bloccare un subsariano che però è riuscito ad allontanarsi, mentre successivamente ha intercettato il povero Sako, aggredito prima con un pugno, poi aggredito a coltellate. Il trentacinquenne maliano in quel momento, ha cercato di rifugiarsi nel bar della Città vecchia, in piazza Fontana, dove poi è stato accoltellato. Purtroppo, il titolare dell’esercizio pubblico avrebbe intimato a Sako di uscire.
Il trentacinquenne maliano è stato descritto dagli amici come «persona tranquilla e mite». Era giunto a Taranto quattro anni fa, per raggiungere il fratello (trasferitosi successivamente in Spagna), lavorando come cameriere per alcuni anni e poi negli ultimi tempi come bracciante a Massafra in attesa di trovare un’altra occupazione.

IN RICORDO DI SAKO
Domenica 17 maggio, la parrocchia della Madonna delle Grazie di Taranto ospiterà la “Festa dei popoli”, una giornata per riscoprire il valore dell’accoglienza e rispondere alla violenza con la fraternità. Il programma è stato presentato in Arcivescovado da don Pino Calamo, dal vicario generale Mons. Alessandro Greco e da Mons. Emanuele Ferro. Un evento che assume – è riportato in un documento diffuso agli organi di informazione – un significato profondo e urgente dopo l’uccisione di Sako Bakari. Un episodio che ha scosso la comunità, generando un clima di timore tra i migranti. La “festa” vuole essere un antidoto al razzismo e uno spazio di memoria attiva.
Questo il programma. Inizio alle 11.00, con apertura degli stand multiculturali. Alle 16.00, l’Arcivescovo di Taranto Mons. Ciro Miniero, presiederà la concelebrazione eucaristica in diverse lingue. Seguiranno il “girotondo fra i popoli”, l’esibizione degli sbandieratori di Oria e spettacoli etnici fino a sera. «Dagli stand alla concelebrazione presieduta da Mons. Miniero – ha spiegato don Pino Calamo – vogliamo dire insieme che nessuna vita è straniera e che la convivenza si costruisce nei gesti concreti; siamo chiamati alla speranza: la nostra è una città sana e dobbiamo valorizzare il positivo che vi è presente. Insieme ce la faremo».










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