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Don Antonio Mazzi se n’è andato a novantasei anni

  • Claudio Frascella
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

«Mi sentivo padre, non prete»


È morto nella storica sede di Exodus al Parco Lambro. Tra le travi di legno e la sua “immensa famiglia”. Da Verona alla frontiera dell’eroina, fino ai ragazzi di oggi smarriti tra ansia e social. Ha costruito case dove ricominciare, non muri; ascoltato banchieri e tossici, campioni e ragazzi invisibili. «Spengo il cervello e accendo il cuore», diceva. Milano ha proclamato il lutto cittadino. I funerali lunedì a Sant’Ambrogio



«Don Mazzi, titolo un po’ forte per la sua rubrica “Mazzi vostri”, o no?». «Ma no, amico mio, ne ho sentite talmente tanto che dovrei trattenermi o scandalizzarmi per una frase che può sembrare un po’ violenta ed è, in realtà, un gioco di parole: potevo intitolarla “Mazzi amari”, ma non avrebbe cambiato nulla, tanto vale essere andati giù, dirompenti: nella mia vita, nell’aiutare gente – aiutare, non salvare, la salvezza puoi dartela da solo, se hai l’intenzione, la forza e non ti abbatti al primo imprevisto, che può essere l’astinenza, la lontananza da tentazioni sempre più forti!».


La prima volta che ho incontrato don Antonio Mazzi, a Taranto. Persona straordinaria, carattere forte, bontà e disponibilità all’estrema potenza. Come fai ad opporti ad un uomo che abita se stesso ventiquattro ore al giorno e sul quale è passata, una, due, tre volte, l’artiglieria pesante. Alla fine, anche io mi faccio coraggio: «Ma lei non ha mai abbondonato a se stesso, al proprio destino un uomo, una donna, un ragazzo, una ragazza, si è messo sempre di traverso nella loro vita, senza indietreggiare un solo millimetro, ha teso loro una mano, due mani, li ha aiutati ad alzarsi: se non è “salvare” questo, che opera è stata la sua, do Mazzi?».



«ACCANTO AI PIU’ DEBOLI, SEMPRE»

«Una vita dalla parte dei più deboli e io ne ho conosciuti a centinaia, normali all’apparenza, diversi fra loro, ricchi, poveri, tutti con un problema dal quale sembrava complicato venirne fuori e il mio compito quello della comunità, è stato mettermi aiutare, dare amore, non farli mai sentire “ultimi” o un peso della società: io e i miei ragazzi, i miei collaboratori con “Exodus” questo abbiamo fatto e questo continueranno a fare, anche quando non ci sarò più; io ho indicato loro la strada, loro l’hanno condivisa da buoni fratelli, è l’insegnamento di Cristo, no?».

Un distillato di saggezza, in poche parole. Non c’era bisogno di porgli domande, erano già nelle sue risposte, aiutava i cronisti, lui stesso giornalista professionista, da Famiglia Cristiana a L’Avvenire, a scrivere sulla sua “missione”, il suo “lavoro” – altro vocabolo dal quale prendeva le distanze – ma come vuoi chiamarlo un impegno così costante e faticoso, se non lavoro.

Don Antonio Mazzi se n’è andato, con la stessa discrezione con cui aiutava quanti facevano ricorso a “Exodus”. Aveva novantasei anni, un sorriso sfoderato in ogni circostanza, fino all’ultimo. Alla notizia mi sono emozionato, la stessa emozione che mi hanno dato gli articoli di Viviana Daloiso e Giulio Isola pubblicati su L’Avvenire, il quotidiano con cui don Mazzi aveva collaborato a lungo.


SQUILLI A QUALSIASI ORA

Il telefono non smetteva di squillare, aveva scritto la Daloiso. Fino all’ultimo pomeriggio – aveva riportato nel suo lungo servizio – nella vecchia Cascina Molino Torrette al Parco Lambro, sotto quelle grandi travi di legno che hanno visto passare generazioni. Lì, per quarant’anni frontiera del disagio, don Antonio Mazzi si è spento a novantasei anni – si diceva – stretto dalla sua famiglia più grande: i ragazzi, gli educatori, chi è passato e chi è rimasto.

Non arrivano più i giovani dell’eroina degli Anni Ottanta, consumati dalla strada mentre il Paese girava la testa dall’altra parte. Oggi a bussare alle porte di quella comunità, sono altri: padri in giacca e cravatta, madri che non dormono, figli scavati dall’ansia, dall’anoressia, dal gioco, dalla bolla dei social. Lui, don Mazzi, li riceveva tutti alla stessa scrivania. E faceva la stessa cosa di sempre. «Guardare la persona prima del problema», diceva.



MA QUALE PRETE ANTI-DROGA!

“Prete anti-droga” era una definizione che poco gli si confaceva. La droga, sì, è stata l’emergenza che l’ha fatto conoscere all’Italia, ma il centro era altrove.

Antonio nasce a Verona il 30 novembre 1929. A 13 mesi perde il padre. Quel vuoto, dirà più tardi, gli ha insegnato la vocazione: «essere padre per altri». Senza quella paternità, il sacerdozio sarebbe stato solo «tonaca e sacrestia».

Da ragazzo non è il seminarista perfetto, come poteva esserlo uno così. Ribelle, bocciato per condotta, cresciuto nella fatica e nella guerra accanto alla madre. Tutti piccoli semi, segni, che anni dopo gli serviranno per capire quelli che tutti bollavano come “persi”. «Se non fossi diventato prete, sarei stato uno di voi», ripeteva. A volte ridendo, a volte con un’ombra negli occhi.

L’incontro con don Calabria e poi con i ragazzi dell’alluvione del Polesine gli segna la strada: stare con gli ultimi, soprattutto se giovani. Negli Anni Settanta l’eroina travolge le città. Don Mazzi capisce subito che non bastano le manette né la compassione. Servono luoghi dove rimettersi in piedi.

Nasce così “Exodus”. Non una clinica, ma una casa. Prima una cascina, poi una cooperativa di lavoro, poi una rete di centri in Italia e all’estero. Il cuore resta lì , al “Parco Lambro”: un presidio educativo piantato nel quartiere più duro, un rifugio, un laboratorio e anche un grido verso una città che faceva finta di non vedere.



ERIKA, MASO, VALLANZASCA, CORONA…

«Spengo il cervello e accendo il cuore», soleva dire. E i ragazzi lo amavano subito. Quando bussavano anche nomi pesanti della cronaca — da Erika De Nardo a Pietro Maso, da Vallanzasca a Fabrizio Corona — lui sceglieva la stessa strada: vedere prima la persona, poi il fatto.

Gli anni cambiano e cambia anche il suo sguardo. I nuovi ragazzi di “Exodus” non arrivano sempre dalla strada. Arrivano da famiglie «che hanno tutto» e portano un’altra fame: «fame di senso, di futuro». «Un tossico prima o poi lo convinci a smettere — diceva — più difficile è, invece, curare questa povertà di speranza».

Per questo immagina una “Exodus” diversa: meno strutture chiuse, più piazze, più prevenzione. «Bisogna arrivare prima», ripeteva agli educatori. Oltre mezzo secolo di lavoro: migliaia di ragazzi accolti, decine di comunità, una rete che da oggi continuerà senza di lui.


«UN PADRE VISIONARIO…»

Franco Taverna, vicepresidente della Fondazione, lo ricorda così: «Un padre, un visionario, un prete matto e borderline; che non si è mai stancato di restituire futuro». E aggiunge una frase che era di don Antonio: «Non sono stato io a salvare i ragazzi: sono stati i miei ragazzi difficili a salvare me».

L’ultimo messaggio, raccolto dalla storica collaboratrice Cristina Mazza, è un invito: «I sogni sono sempre giovani: non smettete di sognare, a 15, 70, 80 anni».

Milano non lo dimentica. Il sindaco Beppe Sala ha proclamato il lutto cittadino: «Era una delle anime di questa città, quella attenta al prossimo». Il presidente Mattarella parla di «testimonianza sociale e civile coraggiosa». Arrivano messaggi da destra e sinistra, da Salvini a Schlein, da Lupi a Moratti. E abbracci dal mondo dello spettacolo.

I funerali si svolgeranno lunedì 3 agosto, alle 15.00, nella Basilica di Sant’Ambrogio. Non una cerimonia composta: sarà una festa, con canti, musica e le parole dei ragazzi di tutte le “Exodus”.

La camera ardente è stata aperta per l’ultimo saluto venerdì e sabato nella sede del Parco Lambro. La tumulazione, in forma privata, all’Abbazia di Maguzzano, nel cimitero dell’Opera don Calabria.

Se ne va un uomo che non ha mai separato la fede dall’incontro. Un uomo che ha fatto della misericordia una pratica quotidiana.

«Don Antonio, mancherà come l’aria». Ma la casa resta aperta. E il telefono, per chi ha bisogno, continuerà a squillare. Grazie di tutto e di quanto farai ancora, da lassù, don Mazzi.

 
 
 

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