Dieci regole per non fare ‘a figura do Pullecenella
Ecco il galateo del caffè
Dal «Buongiorno» detto bene alla mancia senza teatro, passando per l’acqua bevuta prima e il cornetto senza nevicata. Perché il bar è l’ultima livella, alla Totò, e la nostra unica messa laica. Parola di Bellavista. Il bar è l'ultimo social non algoritmico dove medico e muratore sono uguali per il tempo di un caffè. Dieci comandamenti semiseri, tra De Crescenzo, Totò ed Eduardo, per sopravvivere a Facebook e non diventare…fantasmi

Ogni mattina, stesso copione. Milioni di italiani, assonnati, si incollano a un bancone, tazzina, sguardo d’intesa col barista. È più di una colazione: è una messa laica. Come diceva Luciano De Crescenzo, autore del saggio “Così parlò Bellavista”: «noi non siamo ingegneri, siamo napoletani che cercano di dare un senso al caos». E il caffè è il nostro senso.
Questo momento di grazia, però, è fragile come ‘a tazzulella ‘e cafè bollente. Basta uno che urli «Il solito!» scavalcando tutti, uno che fa la conference-call a volume da stadio, o uno che fa esplodere il cornetto tipo Vesuvio, e crolla tutto.

MA SIAMO A TARANTO…
Ma noi siamo a Taranto e sappiamo bene che un certo rispetto a Napoli dobbiamo darlo, attraverso i suoi più fedeli interpreti. Nella città dei Due Mari, non è che cambi molto, la sostanza è solitamente la stessa, con angoli a volte più o meno spigolosi. Qui, in centro, nel mio bar di riferimento, non c’è Gennaro, ma Luigi, per gli studenti della facoltà di Medicina tout-court «Gigi».
Allora, come avrebbe detto Totò: «Signori si nasce. E noi, modestamente, al bar lo diventammo», andiamo a incominciare. Domanda centrale: perché il caffè e il galateo? Sincerità per sincerità, perché lo ha chiesto l’editore, pertanto ubi maior…
Anche se il bar è la comfort-zone di tutti, per almeno dieci minuti, l’esercizio richiede una certa educazione, appunto il galateo. E, attenzione, questa non è un’imposizione, ma un’allegra galleria di suggerimenti, tazzina dopo tazzina per intenderci.

…MA ‘O CAFE’ E’ NAPULE
Il bar non è ‘o salotto ‘e casa toia. È uno spazio condiviso, una coreografia perfetta. C’è chi porta i figli a scuola, chi ha il treno tra un’ora, chi attende il bus e chiede dove sia possibile fare un biglietto («alle spalle, al tabacchino…»), chi dietro al banco corre come un centometrista.
Le buone maniere, sia chiaro, non sono snobismo. Sono rispetto. E come insegna l’immortale Eduardo De Filippo in “Questi fantasmi”: i fantasmi esistono, eccome. Al bar sono quelli che non salutano, che non rispettano la fila, che credono che il mondo giri intorno alla loro tazzina. «Fatte 'a faccia mia», «Prova ad essere me» direbbe Pasquale Lojacono, protagonista di una delle tante belle commedie di Eduardo. E noi non vogliamo diventare fantasmi maleducati.

LE DIECI REGOLE DEL CLIENTE EDUCATO
1. Saluto, turno e ordine. Tutto in una frase
Si entra, si guarda, si aspetta. Poi: «Buongiorno, un espresso per favore». Chiaro, civile, napoletano. Non «Caffè!» urlato come un ordine militare, non il braccio teso con lo scontrino come Totò che vendeva la Fontana di Trevi. De Crescenzo lo chiamava «spirito di geometria»: c'è un ordine logico nelle cose. Prima saluti, poi ordini.
2. Rispetta ‘o bancone
Il bancone non è la Circumvesuviana alle 8 di mattina. Non ti devi appiccicare a chi sta bevendo. Ordini e fai un passo di lato, come diceva il “prof. Bellavista”: «Siamo uomini d'amore». Lascia spazio all’amore, insomma al rispetto e al prossimo cliente.
3. ‘O cellulare? A cuccia
Parlare al telefono mentre ordini, indicando la brioche col mignolo, è la scena madre di ogni film di Totò. È tragico e comico insieme. Metti in pausa la chiamata, guarda il barista negli occhi. Come diceva Eduardo: «Te piace ‘o presepio?» Ebbene, al bar il presepe lo facciamo tutti insieme, non da soli al telefono.
4. Occhiali giù, scontrino su
Totò li portava per fare il principe. Tu al bar toglili, almeno per un secondo. È un segno di rispetto: ti vedo, mi vedi. Lo scontrino tienilo in mano, non agitarlo come se stessi all’asta di Sotheby’s.
5. Il caffè personalizzato, ma senza sceneggiata
«Corto, al vetro, macchiato caldo, ma con schiuma fredda e latte di soia tiepido a 45 gradi...». Fermatevi. De Crescenzo distingueva tra amore e ingegneria. L’amore è un espresso. L’ingegneria è questo elenco, insopportabile per gli astanti, figurarsi per “Gigi”, che sbotta, ma prova ad eseguire. Nelle ore di punta, un espresso normale è un atto d’amore verso l’umanità.
6. Acqua e bagno: si chiede, non si pretende
Totò diceva la frase immortale: «E io pago!». Ecco, appunto. Il bagno e l’acqua non sono un diritto divino se non hai consumato neanche un crodino. Si chiede con gentilezza: «Posso?». Di solito il barista dice «sì». Se entrate in cinque solo per la pipì, almeno un caffè offritelo. È il minimo.
7. Tazzina, cucchiaino e cioccolatino: la liturgia
L’acqua si beve prima, per “pulire” la bocca. Non dopo, perchè altrimenti sciacqui il miracolo. Il cucchiaino gira piano, nun fa ‘a tarantella nella tazzina. E poi si posa sul piattino. Non si lecca, non si mette in tasca. Il cioccolatino, se c’è, è come il finale di Eduardo: va gustato dopo, con calma. Non insieme al primo sorso.
8. ‘O cornetto senza nevicata
Prendilo con il tovagliolo. Mordilo sopra al piattino, non come se stessi sbriciolando il Vesuvio sul bancone. E l’inzuppo violento nel cappuccino con schizzi ovunque? Quello, come diceva nonna saggiamente, «se fa a casa». Al bar no.
9. Il tempo è ‘na cosa preziosa
Al bancone ci si sta il tempo di un caffè. Non ci si pianta per fare riunione condominiale. Il tavolino è comodo, ma tenerlo occupato per un’ora con una tazzina vuota è da “fantasmi”, appunto. Se usi il bar come ufficio, fallo nelle ore calme e ordina qualcosa ogni tanto. Il barista non è un cugino che ti ospita gratis.
10. Cassa, conto e mancia senza teatro
Alla cassa si fa una fila ordinata. Chi offre paga, senza la sceneggiata alla Totò: «No, ti prego, offro io! No, tu!». E la mancia? Non è obbligatoria. Ma come diceva De Crescenzo, noi napoletani siamo «uomini d'amore». Se il barista ti tiene da parte il giornale, fa arrivare il pacco dal corriere, lo tiene da parte, se ti fa «‘o solito» senza che tu debba urlare, lasciare 20, trenta, cinquanta centesimi non ti impoverisce. È classe. È, come direbbe Totò, «una finezza».
E alla fine...
Nessuno è perfetto. Tutti abbiamo sottratto una bustina di zucchero «per dopo», tutti abbiamo usato il bancone come scrivania. Ma come ci ricorda Eduardo: «‘A vita è ‘na malatia». E l’unica medicina, la mattina, è un caffè preso bene, con educazione. La prova? Domani mattina, al bancone. Senza fantasmi.




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