Dal calcio alla religione, da Mottola alla Juventus
- Claudio Frascella
- 12 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
«Tutto sulla fede»
Dallo spirito evangelico a quello calcistico. «Salvato da Dio, ero paralizzato: ancora sento la cicatrice». «Mi capita di parlare spesso in carceri, dove incontro uomini che hanno sbagliato, ma non li giudico». «La tv non mi cerca, forse non sono adatto, ma la Juventus ti cambia: i tifosi bianconeri li trovi dappertutto»

Nicola Legrottaglie, ex calciatore, lo abbiamo incontrato più volte, una in particolare, una sorta di vis a vis, una decina di anni fa nella Casa circondariale di via Magli a Taranto, allora diretta da Stefania Baldassari. L’occasione era un quadrangolare avvincente, del quale è stato testimonial, il progetto sociale “Fuori... gioco”. Una sfida fra quattro squadre di calcio tra detenuti, magistrati, avvocati e polizia penitenziaria nello stadio Iacovone. Obiettivo: promuovere il reinserimento sociale dei detenuti attraverso lo sport.
Un’occasione importante, nel corso della quale, Legrottaglie, mottolese, anche se il documento d’identità riporta Gioia del Colle, tenne una conferenza stampa che non t’aspetti. Piena di indicazioni sociali, toccando temi importanti, rispondendo anche volentieri, senza fare mistero del suo cammino religioso nella Chiesa evangelica che, di fatto, lo ha trasformato. Insomma, bello il calcio, ma nella vita esistono altri valori: gli altri, per esempio, gli “avversari”. Un sentimento che ci è rimasto scolpito nella mente, specie perché non calato dall’alto, ma reso facile, semplice da interpretare in quanto spiegato con esempi, parole semplici.

«RISPETTO, NON CONDANNO»
«Mi capita di parlare spesso in carceri, dove incontro uomini che hanno sbagliato – racconta in una lunga intervista rilasciata a Maurizio De Santis e Ilaria Mondillo, per Fanpage – non li giudico, cerco di capire chi sono davvero; e così farei con chiunque: dallo scambio nasce la riflessione, e la riflessione può cambiare una vita: Gesù mi ha insegnato questo: ad amare e rispettare le persone, non a condannarle».
Inizia la sua vita calcistica nei pulcini della squadra della sua città, l’Inter Club Mottola. Spiega al popolare quotidiano online diretto da Francesco Cancellato: «La mia famiglia, la mia quotidianità, le abitudini di un ragazzo cresciuto in un paese di quindicimila persone che, passo dopo passo, ha trovato la sua strada. Prima di tutto sono Nicola figlio, fratello, amico, nipote. Poi viene il calciatore. Perché ciò che porti in campo è solo il riflesso di quello che sei fuori. Il campo, in fondo, è lo specchio della tua vita».

PROFESSIONISTA, IL MICROTAC…
La prima firma da professionista, i primi soldi guadagnati con il calcio. «Il mio primo pre-contratto col Bari, quando passai dalla Primavera alla prima squadra: guadagnavo un milione e centomila lire al mese; il mio primo acquisto: un telefonino Microtac Motorola, il cellulare con lo sportellino. Ricordo l’emozione, la gioia, la sensazione di cominciare a vedere concretizzati i sacrifici. Ero felice, ispirato, grato».
Le chiamate che gli ha cambiato la vita. «Quella che ho sentito nel cuore: è stata la mia conversione, la chiamata di Dio; è arrivata senza numero, senza prefisso. Veniva dall’alto. È stata la più bella. Poi, sul piano terreno, c’è la chiamata della Nazionale; quando mi convocarono la prima volta, ero a Verona: ricordo che avrei voluto gridarlo dal balcone: una gioia immensa».
«Com'è la voce di Dio al telefono?», gli chiedono spiritosamente i due giornalisti della redazione sportiva di Fanpage. E Nicola, impassibile. «È una voce sottile, che non ti spaventa. Ti porta pace, una pace profonda, come un arbitro interiore che ti indica la direzione. Quando sento quella pace, so che devo andare lì. Col tempo impari a riconoscerla, come le pecore riconoscono la voce del pastore. Ti dà libertà, quella vera, quella che il mondo non ti dà».

TV COL CONTAGOCCE, LA JUVE
TV con il contagocce. «Forse perché le brave persone in televisione non ci devono andare; ho fatto ospitate, anche con Dazn, ma alla fine le porte si chiudevano sempre, non so perché. Forse sbaglio qualcosa, o forse semplicemente non sono adatto al format. Non mi paragono a nessuno, però mi chiedo: “Perché in Italia si preferisce spesso dare spazio a stranieri che magari conoscono la lingua così così, invece che a chi può parlare direttamente al pubblico con naturalezza?”. Ma va bene così: io credo che, se è giusto che arrivi, arriverà. Come in campo: devi solo aspettare la chiamata giusta».
Il peso di una maglia di prestigio come quella della Juventus. «Pesa tanti chili, davvero tanti: quella maglia rappresenta un popolo intero. Ovunque vai trovi juventini, ovunque percepisci un attaccamento incredibile a quei colori».








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