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«Avevamo chiesto il compenso che ci spettava», dice l’unico superstite

  • Claudio Frascella
  • 8 minuti fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Quattro migranti bruciati vivi!


La strage compiuta in un distributore di carburante lungo la statale 106, ad Amendolara (Cosenza). Ad eseguire la mattanza, due pakistani senza scrupoli. Hanno lasciato in auto le vittime per gettare all’interno della vettura benzina e un accendino. Le vittime avevano solo da mangiare e dormire, ma niente soldi: quelli li intascavano i loro caporali-carnefici



Condannati a morte nel modo più atroce: bruciati vivi. Motivo: essersi ribellati ai loro caporali, due pakistani, che sarebbero il braccio armato di una vera e propria mafia gestita da connazionali privi di scrupoli. Come si è visto, nel video virale e nella coscienza di due uomini, che fanno vergognare la specie a cui, questi, apparterrebbero.

Nemmeno nel loro Paese, dove esistono leggi restrittive e condanne esemplari per chi sfrutta, annienta, approfitta dei più deboli, si assiste a scene così cruente. La domanda sorta alla vista di quel video, che abbiamo guardato una sola volta, solo per documentare la cronaca, quanto proviamo a raccontare con il cuore pieno di dolore: ma davvero i due esecutori della condanna pensavano di farla franca? Una condanna eseguita nei confronti di quei quattro uomini arsi vivi, solo perché oltre a un tetto e al cibo, chiedevano il giusto, cioè un compenso umano e non una condanna disumana.


Il bracciante superstite della strage di Amendolara
Il bracciante superstite della strage di Amendolara

PARLA IL SUPERSTITE

Alla luce della tragica conclusione, conforta solo lo spiraglio che si è aperto nella dura condanna da parte di cittadini e istituzioni degli esecutori, poi arrestati, e dei mandanti, avendo gli inquirenti raccolto informazioni per polverizzare l’intera organizzazione mafiosa, compresi quanti beneficiavano della manodopera dei quattro poveracci ammazzati. Perché, detto fuori dai denti, di persone così – che infangano tanta gente che vede nell’Italia e nei Paesi europei, una possibilità di vita migliore – non ne sentiamo il bisogno.

«Non ci davano i soldi, solo da mangiare e la casa; dei soldi nemmeno l’ombra», ha dichiarato al Tg3 Rai, un cittadino afgano, regolare nel nostro Paese, sopravvissuto per miracolo: «Hanno gettato la benzina dentro e poi un accendino». Proprio come in una di quelle scene che si vedono in film che puzzano di mafia lontano un miglio. Con quale fegato e quale i due esecutori hanno accompagnato fino al luogo della condanna i cinque uomini? Uno, grazie al Cielo, ce l’ha fatta, si è salvato e ha potuto inchiodare quegli aguzzini che forse rilasceranno dichiarazioni, ma che, ci auguriamo, pagheranno cara la loro disumanità. E, a proposito di disumanità, il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha postato il video della strage con un commento: «Ci sono notizie che fanno vacillare la fiducia nell’umanità. Disumani!».



TUONA IL VESCOVO!

Duro anche il vice presidente della Cei, vescovo di Cassano allo Ionio, Mons. Francesco Savino: «Basta con il silenzio sporco delle convenienze! Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare! Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia». Si fanno sentire anche i sindacati: «Un orrore indescrivibile, ci rivolgiamo alla politica, chiediamo azioni più concrete, affinché si contrasti l’abominio della quotidianità che vivono i lavoratori, spesso migranti, nelle nostre campagne».

«Giustiziati» in modo atroce, perché avevano avuto il coraggio di rivendicare un sacrosanto diritto per qualsiasi lavoratore: essere pagato per il lavoro, duro nei campi, che svolge. E, invece, una richiesta legittima, ha portato a una strage di migranti compiuta in un distributore di carburante lungo la statale 106 ad Amendolara (Cosenza).



SQUADRA MOBILE IN AZIONE

Video, ciò che resta dell’auto, insieme con i corpi dei quattro innocenti carbonizzati, passa al vaglio degli investigatori della Squadra mobile di Cosenza e dei magistrati della Procura di Castrovillari che, tanto per cominciare, hanno messo un punto fisso alle indagini. Dopo un lungo interrogatorio andato avanti nella Questura di Cosenza per quasi tutta la notte, sono stati sottoposti a fermo i due presunti responsabili, accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato.

Si tratta di due pakistani, incastrati dal sistema di videosorveglianza del distributore dove è avvenuta la strage che ha ripreso non solo i loro volti, ma anche la dinamica del quadruplice omicidio. Le immagini mostrano i due muoversi intorno al minivan con il portellone posteriore aperto: uno sta dietro, con ogni probabilità per versare la benzina nell’abitacolo, mentre il complice fa forza con le braccia sulle portiere per impedire a chi sta dentro di uscire. E dopo aver gettato benzina e dato fuoco, il secondo quasi allontana il complice per mostrargli come va tenuta la portiera per completare l’esecuzione.



GIUSTIZIA, SUBITO!

Su quella vettura, a bordo della quale viaggiavano anche i presunti killer – come si diceva – c’era anche una settima persona, il cittadino afgano, regolare in Italia, vivo per miracolo. A testate, l’uomo in lacrime davanti alla telecamera del Tg3, ha spiegato di essere riuscito a sfondare un finestrino e ad uscire. Sulle braccia due vistose fasciature che gli coprono le ustioni.

Il superstite della mattanza ha raccontato che tre delle vittime erano suoi connazionali, mentre il quarto, pakistano, viveva con loro. I due indagati, ha raccontato il giovane afgano, avevano chiesto soldi per il trasporto, che le vittime non avevano voluto pagare. Da qui si sarebbe scatenata la reazione, violenta dei due, probabilmente caporali, che avrebbero voluto punire questo affronto bruciando vivi quei poveri indifesi che avevano avuto il coraggio di opporsi alle loro richieste. Il superstite ha anche aggiunto che i suoi compagni di lavoro avevano chiesto più volte ai caporali di essere pagati per il lavoro che svolgevano nei campi a raccogliere fragole tra la Calabria e la Basilicata, ma di non aver mai ottenuto nulla.

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