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Adolfo Urso, ministro delle Imprese, a ore si pronuncerà

  • Claudio Frascella
  • 9 lug 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

«Taranto, l’ex Ilva, il futuro»


«Ho liberato la mia agenda per i prossimi due giorni: abbiamo 48 ore di tempo per decidere», ha dichiarato all’agenzia Ansa. «Lo Stato può intervenire, ma solo nei limiti previsti dalla nostra Carta». «Senza un’Aia, l’autorizzazione Integrata Ambientale, la sentenza è già scritta…»

 

Vent’anni fa, l’ultima colata di acciaio nel centro siderurgico di Genova, prima che chiudesse l’area a caldo dello stabilimento di Cornigliano (la sua realizzazione risale agli Anni Cinquanta, secolo scorso). Motivo: non esistevano le condizioni per garantire la salute dei cittadini: la fabbrica, troppo grande, inquinante e pericolosa per la salute dei genovesi. A Genova rimase solo la produzione “a freddo”.

Taranto, 9 luglio 1960: posa della prima pietra per la costruzione dello stabilimento siderurgico, allora Italsider. Ce lo ricorda il giornalista Tonio Attino, che in questi giorni sul suo blog (tonioattino.it), ha pubblicato una profonda riflessione su quello che potrebbe essere il futuro di quella fabbrica diventata, nel tempo, Nuova Italsider, Ilva, ArcelorMittal, fino ad oggi, Acciaierie d’Italia.


Foto di Jacopo Wherter via Wikimedia Commons - Licenza CC BY 2.0
Foto di Jacopo Wherter via Wikimedia Commons - Licenza CC BY 2.0

«TARANTO, ZONA DI SACRIFICIO»

«Quella – spiega Attino – la più grande d’Europa a ciclo integrale: un processo produttivo che parte dalla lavorazione delle materie prime e, passando per l’area fusoria, arriva alla realizzazione di tubi e lamiere. Anche la fabbrica di Genova era a ciclo integrale, ma dieci volte più piccola e con una produzione di un decimo (un milione di tonnellate di acciaio l’anno nei tempi migliori, contro i dieci milioni di Taranto). Entrambe costruite dallo Stato, erano propaggini della stessa azienda: l’Italsider».

Ci trasferiamo nel 2012, inchiesta giudiziaria Ambiente Svenduto. Arresti e sequestro dell’area a caldo. Le indagini della Procura della Repubblica, con a capo il procuratore Franco Sebastio e le successive decisioni del gip Patrizia Todisco sull’ipotesi di disastro ambientale, si basano sulle perizie epidemiologiche che sottolineano come il nesso inquinamento – mortalità sia solido. Ricorda sempre Attino, intervistato dalla nostra cooperativa: nel 2021, 26 condanne, 270 anni di carcere. Un rapporto dell’Onu nel 2022 definisce Taranto una “zona di sacrificio”, in cui per decenni sono stati violati i diritti umani. Anno 2025, oggi: un solo altoforno è in funzione, si ferma per manutenzioni lunedì scorso, 7 luglio, fino a domani, giovedì 10 luglio. Per la prima volta, l’ex Ilva non produce. E’ finita così?

 


SIAMO AGLI SGOCCIOLI

Potremmo essere agli sgoccioli di un momento storico. Visto da due angolazioni: un bene per la salute dei cittadini, non solo di Taranto; un male, per migliaia di lavoratori e famiglie che dipendono dalla Grande fabbrica. Perché abbiamo cominciato con Genova: perché nel capoluogo ligure venti anni fa si pensò, senza tanti “tira e molla”, di chiudere l’area a caldo, nonostante sviluppasse solo un decimo della produzione di acciaio. Mentre a Taranto ancora non si sa che fine farà la Fabbrica. E il Governo, che dice. Consegna all’agenzia Ansa, una dichiarazione di Adolfo Urso, ministro delle Imprese, a proposito del ventilato accordo di programma.  «Ho liberato la mia agenda per i prossimi due giorni: abbiamo 48 ore di tempo per decidere». Lo afferma il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, alla riunione a oltranza con gli enti locali sull'accordo di programma per l'ex Ilva di Taranto, secondo quanto si apprende.

Per domani, giovedì 10 luglio, è stata convocata la Conferenza dei servizi tecnica per la nuova autorizzazione Aia (Autorizzazione integrata ambientale). «Senza un’Aia – osserva il ministro – deliberata dalla Conferenza dei servizi sulla sostenibilità anche sul piano sanitario, non soltanto ambientale, la sentenza è già scritta».



«SUD, MAI MEZZE MISURE…»

«Quando si parla di nazionalizzazione – dice Urso – lo Stato può intervenire, ma solo nei limiti previsti dalla nostra Carta; l’articolo 43 è molto chiaro: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali, o a fonti di energia, o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”: l’Ilva, non rientra tra le categorie previste: non è un servizio pubblico essenziale, non riguarda le fonti di energia né configura una situazione di monopolio». Insomma, vediamo cosa accadrà, a momenti. La sensazione, magari ci sbaglieremo, è che la politica prenderà ancora qualche giorno di tempo e poi si pronuncerà. A fine luglio sapremo.

Concludiamo con Attino, già ospite del nostro “canale”. Il giornalista, intervenuto in tempi diversi, sulle pagine patinate di settimanali nazionali, con articoli sull’ex Ilva, compie un distinguo fra Genova e Taranto, fra Nord e Sud. «Per il Sud – scrive – non ci sono mai mezze misure: è bianco o nero; tutto o niente; aperto o chiuso». Di chi la colpa. «Anche del Sud – conclude – incapace di immaginare un nuovo modello di sviluppo prima del prevedibile crollo del sistema su cui l’economia si è retta per oltre mezzo secolo».

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