Taranto, quando il mare era il “parco giochi” e il grido del pescatore svegliava il vicinato
- Claudio Frascella
- 49 minuti fa
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Città Vecchia, c’era una volta l’estate…
Prima della Guerra, poche auto, pane e pomodoro a colazione. Il profumo della calda stagione nell’Isola iniziava alle cinque: “Varcanova” richiamava i pescatori al loro dovere, mentre i bambini correvano al mare. A pranzo minestra, cozze e un bicchiere di vino. Negli Anni Cinquanta i primi negozi di vicinato, nei Sessanta arriva l’Italsider. Ma per un po’ il tempo è rimasto scandito dal sole, dai giochi nei vicoli e dalle serenate sotto la finestra

Città vecchia una volta. Anche adesso, ma con i ricordi di chi, come Nicola Giudetti, memoria storica di una Taranto che non c’è più, ma anche artigiano, pittore, uno che impegna il suo tempo per promuovere, divulgare tutto il bello che c’era e, ancora sopravvive, nell’Isola.
Prima della guerra le macchine si contavano sulla punta delle dita. In Città Vecchia passava il carretto, una bicicletta, qualche Fiat Topolino del ricco benestante. Il resto, tutti a piedi. E l’estate iniziava alle cinque del mattino.
«Si svegliava il quartiere con Vincenzo Vozza, “Varcanova”, vecchio pescatore – ricorda Nicola Giudetti – «Gridava sotto le case: “‘A assùte ‘a dije”». E’ uscita la giornata, insomma: era l’ora. Si andava a mare. E con lui si alzava tutto il vicinato».

L’ULTIMO SAGGIO…
Giudetti, ha spiegato ad Angelo Diofano, giornalista appassionato delle tradizioni popolari tarantine in un suo articolo per “TarantoBuonasera”, abitava in Arco Santi Medici, vicolo abbattuto negli Anni Settanta dopo i crolli di vico Reale. Usciva con le mutande cucite in casa e senza asciugamano: il sole faceva tutto. Come salvagente si portava ‘a spianatore, la spianatoia di casa. Tutto in perfetto accordo con mammà: la mattina serviva per andare al mare, al pomeriggio a trumbà la pasta.
Per colazione ‘u staffagghiòne: pane raffermo, pomodoro e un filo d’olio. A pranzo si mangiava quel che c’era: minestra di fave e cicoria, zuppa di pesce appena pescato, cozze nude (lumache), pistidde alless’. E un boccale di vino preso alla cantina di “Falcunidde” in via Di Mezzo. Pagato a litri, pochi spicci.

COSA COMPRAVAMO
Prima della guerra con 1 lira prendevi un chilo di pane. Lo zucchero costava 3 lire al chilo, l’olio 6 lire. Un uovo 50 centesimi. Il pesce lo portavi a casa tu, dal mare.
Negli Anni Cinquanta le cose cambiano, poco per volta: il pane arriva a 60-70 lire, la pasta a 90 lire. Con 200 lire facevi la spesa per un giorno. Negli Anni Sessanta spuntano i primi negozi di vicinato sotto casa: l’alimentari, il forno, la salumeria. Il pane sale a 120 lire, il latte a 70 lire al litro. E, intanto, sull’uscio di casa si affaccia l’ILVA. L’odore cambia, i turni cambiano, ma il mare resta lì.
L’appuntamento era sulla banchina di via Garibaldi, rète a le mure (dietro la muraglia), anche se le mura erano già crollate. Tre passi, naso tappato, e tutti in acqua. Gare fino alla boa dove attraccava la motonave degli operai Tosi.

ACQUA GELATA: ‘U FRIDDE!
«L’acqua era gelata: ‘u fridde! Qualcuno si piazzava vicino agli scarichi della fogna per il fresco. Raro ci ammalassimo. Avevamo gli anticorpi di ferro», commenta sorridendo Nicola.
Raccoglievano cozze a mani piene nel Mar Piccolo. Pescavano dentro le bottiglie lasciate sul fondo, altra tecnica. A mezzogiorno a casa. «Mio padre ci grattava la pelle per vedere se avevamo il sale: se la prova era inequivocabile, volavano le sberle. Eravamo diciannove fratelli, tanto che spesso, non volendo, mamma sbagliava pure i nomi e i piatti a tavola».
Il pomeriggio era delle donne. Sedute in cerchio nei vicoli a recitare il rosario. I ragazzi giocavano a ‘a levorie, manuè zzozzò, ‘u spezzidde.

DOPO ‘U SPEZZIDDE, A LETTO
Alla sera presto a letto. Con un po’ di fortuna, ti svegliava una serenata (a volte accadeva). Violino e chitarra sotto la finestra. La più richiesta era “‘A Silvestre”, eseguita dal barbiere Marinone di piazza Castello. Se piaceva, i genitori scendevano con la bottiglia di rosolio per offrirne un bicchierino.
Prima di salpare, i pescatori si fermavano davanti alle edicole sacre: «Madonna mia, famme fa ‘na bella pescarìe e famme turna’ dalle figghie mije». Perché il mare era generoso, ma a volte “prendeva” anche ed erano guai seri. Le mogli lo sapevano: «’U mare ne ve’ acchiànne une ‘o giurne», come a dire che il mare è in cerca di una vittima al giorno.
Poi, la fine di un’epoca. Vero che c’è stato uno scatto sociale, ma la nostalgia di quella spensieratezza, dell’età giovane, dei genitori e dei parenti in salute, è sempre viva. Ma un giorno arriva l’industria, le auto, i supermercati.
Ma per un po’, in Città Vecchia, l’estate era rimasta proprio quella: poca roba, tanto sole, e la giornata scandita dal grido di “Varcanova”. «‘A assùte ‘a dije». E’ un altro giorno.
IL COSTO DELLA VITA (Quanto costava vivere a Taranto)
1940, 1950, 1960…
Pane: 1 lira al kg; 60-70 lire al kg; 120 lire al kg
Pasta: 2 lire al kg; 90 lire al kg; 160 lire al kg
Latte: 1,20 lire al litro; 40 lire al litro; 70 lire al litro
Olio: 6 lire al litro ;180 lire al litro; 300 lire al litro
Zucchero: 3 lire al kg; 110 lire al kg; 180 lire al kg
Uova: 0,50 lire l’una; 15 lire l’una; 25 lire l’una
Vino sfuso: 2 lire al litro; 80 lire al litro; 150 lire al litro
Gli stipendi dell’epoca. Stipendio medio operaio Anni Cinquanta: 15.000-20.000 lire al mese. Anni Sessanta: 40.000-50.000 lire al mese.
Il pesce e le cozze in Città Vecchia “costavano” solo la fatica di andarli a prendere a mare




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