Lars von Trier, affetto dal Parkinson, racconta la sua sofferenza
«Neppure al peggior nemico…»
«Mi sento malissimo, sono divorato dall’ansia, ho una malattia che non augurerei nemmeno a chi odio, se mai ho odiato qualcuno fino a questo punto». Dopo anni di silenzio, il regista danese Palma d’Oro a Cannes, torna a farsi sentire. Dalla diagnosi della malattia, il cineasta si era praticamente ritirato dalla scena pubblica. Per uno che non ha mai avuto paura di dire la sua, questo silenzio era diventato di colpo assordante

Ora qualcosa si è mosso. Von Trier ha rilasciato una lunga conversazione di 23 minuti con sua figlia, la filmmaker Agnes Trier, realizzata per “Descendant”, la mostra d’arte che ha curato. L’esposizione è stata ospitata quest’estate al Willumsens Museum in Danimarca e ha appena aperto alla Thiel Gallery di Stoccolma, dove resterà fino a gennaio. È la prima volta che lo si vede davvero da molto tempo, e le immagini colpiscono.
Alla domanda di Agnes su come sta, risponde senza filtri: «Ho una malattia che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico». Racconta di sentirsi malissimo, di essere divorato dall’ansia, di non riuscire più a entusiasmarsi per nulla. Una confessione che pesa, soprattutto se arriva da chi ha girato “Antichrist” mentre lottava contro una depressione devastante, ma che oggi appare ancora più provato.

I MIEI GIOIELLI…
Parlando di cosa lascerà, von Trier ammette di essere affezionato ad alcuni dei suoi film e che gli piacerebbe fossero ricordati. Poi però ridimensiona tutto: nella prospettiva più grande, tra il dolore, gli alberi che perdono i semi sul terreno e tutto il resto, dice che non significa nulla. «Faccio fatica a entusiasmarmi, ma ci sono alcuni miei film a cui tengo molto. Certo, mi piacerebbe che facessero parte della mia eredità, ma nel quadro generale di tutte le cose, con il dolore e gli alberi che lasciano cadere i loro semi sul suolo e così via, non significa nulla».
Considerato uno dei maestri più radicali del cinema europeo, Lars von Trier ha costruito in quarant’anni un’opera provocatoria e coerente, sempre in bilico tra dolore privato e sperimentazione formale. Fondatore con Thomas Vinterberg del movimento Dogma 95, che imponeva di girare a camera a mano e senza artifici, si impone negli anni ’90 con la trilogia del “Cuore d’oro”: “Le onde del destino” (1996), “Idioti” (1998) e “Dancer in the Dark” (2000), Palma d’oro a Cannes con Björk.

PALMA D’ORO A CANNES
Negli anni Duemila avvia la trilogia sull’America con “Dogville” (2003) e “Manderlay” (2005), scenografie spoglie come palcoscenici teatrali per raccontare l’ipocrisia del potere. L’ultima fase è quella più intima e oscura, la cosiddetta trilogia della depressione: “Antichrist” (2009), “Melancholia” (2011) e “Nymphomaniac” (2013), dove trasforma ansia, lutto e senso di colpa in immagini estreme e visionarie. A chiudere, prima dello stop forzato, “La casa di Jack” (2018) e il ritorno al cult 2The Kingdom Exodus” (2022).




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