Il calciatore francese apre un caso diplomatico con Pechino
Mbappé ragiona con i piedi
Stavolta doveva usare la testa. Kylian, candidato al Pallone d’oro (assegnato a Kean), innesca un grave caso diplomatico con la Cina. Il Governo in un solo colpo cancella gli sponsor del fuoriclasse e le partite della Liga nella quale l’attaccante è protagonista. «Le sue parole non ci rappresentano», dice il principale organo sportivo iberico. Lui si è affrettato a chiedere scusa, ma non è bastato. Nel 2018 il precedente di Dolce & Gabbana

L’ira di Pechino si è abbattuta su Mbappé dopo un commento incauto su un meme che lo ritrae nei panni di Mao Zedong. Un’uscita infelice durante il programma francese “The Bridge”, dove parlando del suo meme preferito ha scherzato, pesantemente secondo il Governo cinese: «Quello che mi ha fatto più ridere mi ritrae con la mia faccia su un dittatore cinese. Lo uso spesso con i miei amici».
Insomma, è stato un weekend amaro per l’attaccante del Real Madrid, convinto di vincere il Pallone d’Oro 2026 (battuto da Harry Kane) e ora travolto da una vicenda più grande di lui. Non ha pronunciato il nome del “Grande Timoniere”, scomparso nel 1976 e leader della rivoluzione comunista, e non ha creato lui il fotomontaggio. Ma sui social cinesi, come accade spesso, la reazione è stata immediata e durissima.

AFFERMAZIONI FUORI LUOGO
«Affermazioni fuori luogo ed estremamente gravi, che hanno oltrepassato la linea rossa», ha tuonato un utente su Weibo. In poche ore tre colossi che usano il suo volto – Dongpeng (bevande), Mengniu (latticini) e Milkground (formaggi) – hanno annunciato la rottura, in nome della «tolleranza zero» verso chi «offende il sentimento nazionale». «Parole e azioni che feriscono i sentimenti del popolo cinese saranno respinte da tutti», ha rincarato il portavoce degli Esteri Lin Jian.
Un colpo duro: Mbappé in Cina conta un milione di follower su Weibo e 1,1 milioni su Xiaohongshu (RedNote). I precedenti non mancano. Nel 2019 Mesut Ozil, allora all’Arsenal, denunciò le violenze sugli uiguri: CCTV cancellò Arsenal-Manchester City e lui sparì dal videogioco Pro Evolution Soccer in versione cinese.

DOLCE & GABBANA, IL PRECEDENTE
Lo stesso anno Daryl Morey, gm degli Houston Rockets, sostenne le proteste di Hong Kong: CCTV e Tencent oscurarono i Rockets, gli sponsor cinesi tagliarono i ponti e la NBA stimò 400 milioni di dollari di perdite. Nel 2021 Enes Kanter Freedom dei Celtics definì Xi Jinping “brutale dittatore”: stop alle gare dei Celtics e censura totale del suo nome su Weibo.
Uno scivolone simile, per proporzioni ed effetti economici, fu quello di Dolce & Gabbana nel 2018. Qualcuno sicuramente lo ricorderà. Alla vigilia di una milionaria sfilata a Shanghai, il brand diffuse tre video promozionali ritenuti offensivi e stereotipati sulla cultura cinese, seguiti da frasi sprezzanti attribuite a Stefano Gabbana in chat private.
Pechino, offesa, bloccò lo show da 150 milioni di euro, le modelle e le star disertarono e i colossi dell’e-commerce Alibaba e JD cancellarono in 24 ore il marchio, uno dei più popolari dell’abbigliamento, da tutte le rivendite del Paese.




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