Ivoriana, si laurea con quattro anni di ritardo
- Claudio Frascella
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Sylla, laurea con frenata
Una convenzione non le riconosce titoli pregressi. Alla donna tocca rifare un percorso di studi per gli esami di Infermieristica. La sua professionalità poteva rendersi utile subito, invece la burocrazia le si è messa di traverso. E pensare che molti bambini avrebbero avuto bisogno del suo lavoro. Il sogno, alla fine, viene coronato a Cuneo (Università di Torino)

Sylla Nabintou, ivoriana, laureata. Viva il cielo. Ritira il suo titolo di studi a Cuneo, dopo aver discusso la sua tesi, aver insistito su un tema che ha colpito docenti e rettore, lei, Sylla, che può scrivere e parlare a ragione veduta sul «rapporto tra migrazione, riconoscimento e dispersione di competenze». A raccogliere la notizia, ma anche le parole, come le sensazioni registrate in occasione della consegna del titolo di studio, una laurea in Infermieristica, uno dei quotidiani nazionali più autorevoli: La Stampa.
La storia non sfugge all’attento cronista, in stretto contatto con l’università con sede a Torino, che gli segnala una laureanda speciale, giunta a quello straordinario momento con quattro anni di ritardo. E non per scarsa applicazione, oppure per una preparazione approssimativa, no, bensì per una burocrazia tutta italiana che invece di esaminare, applica alla lettera le leggi in circolazione in materia di studi che uno straniero, in questo caso in arrivo dalla Costa d’Avorio, ha compiuto nel suo percorso di studi nel suo Paese.

LA STAMPA E LE AGENZIE
«Una biografia non è una linea retta – apre La Stampa – la mia, per esempio, ha compreso più di una laurea; eppure non mi era ancora capitato di assistere alla discussione di tesi di una studentessa che avevo seguito come docente». Qualche giorno fa, nella sede di Cuneo (Università di Torino), accade per la prima volta. Sylla Nabintou riceve insieme titolo e riconoscimento per il suo lavoro scientifico. «A colpirmi – prosegue – non è stato soltanto il suo valore accademico, ma ciò che quella laurea rendeva visibile sul piano sociale: il rapporto tra migrazione, riconoscimento e dispersione di competenze».
La storia, che coincide con il lavoro di ricerca, quello svolto da Nabintou, scaturisce da una storia familiare iniziata, si diceva, nel suo paese, la Costa d’Avorio per continuare nel nostro Paese. Volendo andare per gradi, come spiega il quotidiano torinese: a Cuneo, dall’Arabia Saudita, arriva Lamina per lavorare alla Michelin con regolare permesso di lavoro. Poi il fratello Mamadou, con un visto turistico. Infine Nabintou, moglie di Mamadou, con il ricongiungimento familiare. Tutto nella norma, dunque.

PUNTI DI VISTA GIURIDICI
Un percorso perfetto dal punto di vista giuridico, tutto svoltosi all’interno di procedure formali e in un concreto processo di mobilità sociale. In breve emerge che l’impegno dei ragazzi giunti in Italia, rappresentano un serio contributo alla collettività, con uno studio che riguarda la cura, in particolare quella dei bambini.
In Italia, però, e qui sta la discrasia, Sylla non ha avuto accesso diretto all’università, nonostante avesse un percorso scolastico adeguato. Per entrare a “Infermieristica” ha dovuto rifare un anno di terza media e tre anni di scuola superiore: quattro anni in tutto. Non proprio una vita, ma un periodo che non consente alla nostra di poter rendersi utile subito, a comunque, in tempi più brevi rispetto all’iter che certe regole hanno stabilito a prescindere.
PERCORSI MIGRATORI
Nei percorsi migratori, il tempo è una risorsa, un costo, talvolta una forma implicita di selezione. «È stato imbarazzante», il commento di Nabintou ben riassume la regressione in cui è stata forzata, lei che proviene da Abidjan, grande metropoli culturale dell’Africa occidentale.
In questa discrasia si misura il peso del mancato riconoscimento. Quando una conoscenza viene rallentata, non si rinvia soltanto un percorso individuale, ma si allunga il tempo di quello che, invece, dovrebbe essere un bene comune. Si tratta, scrive La Stampa, di una “doppia assenza”, secondo Abdelmalek Sayad: una posizione in cui il migrante non è riconosciuto né nel contesto di origine, né in quello di arrivo. In questo limbo, le capacità rischiano di perdere visibilità e valore, pur restando esistenti. Il ritardo si produce dentro procedure e criteri di riconoscimento precisi.

CONVENZIONE SENZA CONVINZIONE
In Italia, è bene ricordarlo, per avere accesso all’università, si fa riferimento alla Convenzione di Lisbona. Per ciò che attiene l’ambito sanitario, nel nostro Paese, la competenza è, però, del Ministero della Salute: il problema, perché di questo si tratta, non è tanto l’assenza di regole, ma il modo in cui queste si traducono in pratiche reali.
Fra esistenza formale di un principio e la sua efficacia concreta resta spesso una zona d’ombra. E’ qui, secondo questa teoria, che si sommano inefficienze, frustrazioni, interruzioni biografiche e perdite collettive. Se, come nel caso di Sylla Nabintou, una ricerca arriva quattro anni dopo, può sembrare solo un contrattempo. Ma se quei quattro preziosi anni, non godono della giusta considerazione, se parliamo di un mancato intervento a salvaguardia della salute di un bambino, allora ecco che quei quarantotto mesi pesano. E tanto, provate a spiegarlo ai genitori dei piccoli che in Italia certa, non tutta, burocrazia frena. Anche quando si tratta di salute.




Commenti