La Città vecchia, i mestieri, i vicini di casa
- Claudio Frascella
- 7 giu
- Tempo di lettura: 4 min
Taranto, roba d’altri tempi
«Mio padre mi insegnò il mestiere di maestro d’ascia», ci raccontò un giorno Cataldino, «con tanto amore e qualche scoppola terapeutica». I vicini di casa? «Nicola ’u scarpàre, Angelo ’u ferràre; don Cataldino farmacista, infermiere, galantuomo; Barbarossa San Giuànne, Giovanni de le mariunétte e Nicola, per tutti Marco Fiocco…»

Lui, Cataldo Portacci, uno degli ultimi maestri d’ascia, e vi spieghiamo cosa sia questo mestiere, non c’è più. Ma in tutti noi che lo abbiamo conosciuto, coccolato, perfino intervistato, lui che di queste cose non tanto voleva saperne, è rimasto un ricordo vivido. Come quelli che avevano fra le mani «un mestiere» e, oggi, si trovano con il lanternino. E se esistono ancora, ma parliamo di alta scuola, «no’ so’ sold’ ca avàstene!», come avrebbe detto lo stesso Cataldo: non ci sono soldi sufficienti per ripagare un maestro.
Mest’ Cataldìne, quando lo incontrai appariva quasi impacciato, arrossiva, nonostante ne avesse viste e vissute tante nella sua vita. E come non arrossire, mi spiegò «’nanze a tutte ‘sti cumbliménde». Tutti meritati, invece, i complimenti.
Cataldo Portacci, uno degli ultimi maestri d’ascia, quel giorno fissava lo specchio d’acqua di “Mare Pìccele” (Mar Piccolo). Rifletteva ancora sul “complimento”. «Le cozze tarantine – diceva – minacciate dall’inquinamento: non voglio pensarci, se i mitili dovessero sparire dalla nostra città sarebbe come cancellare Taranto dalla carta geografica».

QUESTA E’ LA STORIA…
La storia del “maestro” comincia molti anni addietro del secolo scorso. «Indre a ‘nu strìtte», uno “stretto” della Città vecchia, vico Vasto 11. Tempi in cui suo padre, Angelo, con la santa pazienza e qualche “scoppola”, gli trasmetteva la sua abilità di maestro d’ascia. I vicini di casa erano «Nicola ’u scarpàre, Angelo ’u ferràre; don Cataldino farmacista, infermiere, galantuomo; Barbarossa San Giuànne, Giovanni de le mariunétte e Nicola, per tutti Marco Fiocco».
“Cataldìne”, allora, a scuola andava a piedi, dalla Città vecchia a quella nuova. Destinazione: la Thaon di Revel, «duca del mare», per conseguire una licenza media. Uno dei suoi professori, «Giacinto Peluso: insegnava francese, ogni lezione un pieno di cultura». Grandi personaggi di un tempo. «Don Diego Marturano, un altro grande della Taranto che non c’è più: alla riapertura della Torre dell’Orologio di piazza Fontana, il privilegio di declamare una delle sue più belle poesie: “'U relogge d'a Chiazze”».

CASE PICCOLE, PERO’ ACCOGLIENTI
Case piccole, ma accoglienti, in quell’angolo di città, esposte su giardini. Una casa che Cataldo dovette lasciare, suo malgrado, per trasferirsi al rione Tamburi. «Sessant’anni addietro, c’era il rischio del crollo, così la famiglia si trasferì al quartiere», spiegava la moglie, Maria Pavese, «tarantina verace – sottolineava la moglie di Cataldine, orgogliosa – lo scriva pure, come i nostri figli: Angelo, Giuseppe e Ivan; nessuno ha ripercorso le tappe paterne, non c’erano più le condizioni, il rapporto col mare cominciava a cambiare».
Cos’è il maestro d’ascia. «E’ l’arte di costruire un’imbarcazione, diciamo pure col solo ausilio dell’ascia, attrezzo fondamentale per quei tempi, perché non esistevano molti altri utensili da lavoro: due i sistemi, “a ‘na màne” e “a piedi”; un tirocinio lungo, non era semplice acquisire padronanza del mestiere; occorreva conoscere la fibra del legno, sapere come lavorare il tronco: con l’ingresso delle nuove tecniche, tutto si è compiuto, adesso di un albero ti dicono vita, morte, miracoli!».

PORTA NAPOLI…
«Ai tempi di mio padre – proseguiva nel racconto il maestro – si lavorava in cantieri piccoli, a Porta Napoli; spesso c’erano alcuni impegni con i pescatori di Gallipoli, Porto Cesareo; la mia professionalità l’avevo messa a disposizione per “Lance & Remi”, un’industria privata».
Il mare, il cemento e l’inquinamento industriale, ci portarono, quel giorno, a un argomento di stretta attualità. «Ostriche e cozze avevano un sapore irresistibile: nel Mar Piccolo confluivano i “citri” del fiume Galeso, mescolando acqua dolce ad acqua salata: è lì che i mitili diventarono così buoni da renderci popolari in tutto il mondo».
Come chiunque ami la sua città, le antiche tradizioni, non senza una punta di malinconia, Portacci, allora, aveva in cuor suo ancora una speranza. «Altri tempi – diceva – adesso è diverso da un tempo, non voglio nemmeno pensare che l’uomo stia distruggendo un habitat secolare come il mare: voglio augurarmi che il passato possa servire per ricostruire la storia». Aveva un sogno nel cassetto. «Vedere almeno i primi segnali di una Taranto impegnata a recuperare la dimensione di città, riappropriarsi della sua vera identità…».

POI ARRIVO’ L’ARSENALE MILITARE
Ci spiegò l’insediamento dell’Arsenale militare, della distruzione delle “ciaie”. «Le professionalità di un tempo erano complementari, divise solo dalla tecnica: “cuzzarùle” e “ciaiarùle”, i primi erano bravi a seguire le cozze; i secondi, cozze e ostriche, padroni com’erano di una tecnica più raffinata. Queste delizie dei nostri giardini, si aprivano con “‘a gnammarrédde”, qualcosa a metà fra temperino e coltello: fìgghie mije, è luénghe ‘u carnevàle!». Non era così semplice, anzi la storia era lunga. Insomma, non ci si improvvisava.
Ancora Anni Trenta. «Con l’arrivo dell’insediamento militare e la Stazione torpedinieri, Mar Piccolo viene “tappato” con quello che allora passava il convento, dal terriccio al materiale di risulta: il litorale non fu cementificato, ma la battigia andò completamente distrutta».
Le ostriche di Taranto avevano il passaporto. «Le conoscevano in tutto il mondo, è vero, i nostri “ciaiarùle” facevano bene il loro mestiere, eseguivano come pochi il trattamento di crescita, avevano fra le mani una grande maestria, poi tutto è cambiato, abbiamo detto addio anche a “casédde” e “pagghiàre”».




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